L’obiettivo è costruire un campione europeo delle infrastrutture specialistiche da oltre un miliardo di euro di ricavi destinato a diventare il quarto gruppo europeo nell’ingegneria del sottosuolo, alle spalle soltanto di Keller e Bauer. Una dimensione che consentirebbe finalmente di sedersi al tavolo dei progetti infrastrutturali mondiali. È questa la filosofia che guida l’Ops lanciata da Icop su Trevi, raccontata a Moneta dai vertici del gruppo friulano. Non un’operazione di salvataggio, non una ristrutturazione, ma un progetto di crescita che usa la finanza come leva per creare un gruppo capace di competere nei grandi cantieri globali delle fondazioni speciali, del consolidamento del terreno, delle opere marittime e dei microtunnel.
Progetto industriale
«Non c’è nulla di finanziario spinto in questa operazione», spiega il ceo di Icop, Piero Petrucco. «La finanza è semplicemente lo strumento che permette di accelerare un progetto industriale al quale stiamo lavorando da tempo». Per l’ingegnere, terza generazione nel gruppo fondato dal nonno a Cividale nel 1920, il tema della scala è ormai inevitabile. «L’Italia è sempre stata innamorata del piccolo e bello, ma oggi bisogna raggiungere una massa critica minima per poter competere. Non serve diventare un colosso da cinquanta miliardi di euro, ma bisogna essere abbastanza grandi da poter investire, innovare e partecipare alle grandi gare internazionali».
Banco di prova negli Usa
Il primo banco di prova sono gli Stati Uniti, dove Icop e Trevi presentano caratteristiche quasi perfettamente complementari. Icop è cresciuta nel mercato privato, realizzando fondazioni per data center, grandi impianti industriali e commesse per SpaceX (come la base di lancio in Florida). Trevi è invece fortemente radicata nelle grandi opere pubbliche e nelle infrastrutture ferroviarie, grazie anche alle collaborazioni con l’Us Army Corps of Engineers, il Genio militare statunitense.
Ma è proprio il mercato americano a spiegare meglio perché oggi la dimensione rappresenti un vantaggio competitivo. Negli appalti pubblici statunitensi le imprese devono infatti presentare performance bond che arrivano a coprire il 100% del valore della commessa, garanzie finanziarie indispensabili per poter partecipare alle gare. La solidità patrimoniale diventa quindi un requisito industriale. La nuova entità combinata avrebbe, dunque, una struttura finanziaria tale da consentire un accesso molto più competitivo ai grandi appalti infrastrutturali americani. Insieme, sottolinea il management, le due società potrebbero così affrontare con una massa critica completamente diversa da quella attuale progetti come l’Hudson Tunnel Project, che prevede la costruzione di un nuovo tunnel e delle relative infrastrutture ferroviarie per consentire il transito dei treni passeggeri sotto il fiume Hudson durante i lavori di ristrutturazione del tunnel esistente, con l’obiettivo finale di creare quattro binari in entrata e in uscita da New York.
Modello “open shop”
«La complementarità è enorme», osserva Petrucco. Icop opera prevalentemente nel mercato privato, con un modello “open shop”, cioè basato su personale non necessariamente sindacalizzato. Trevi, invece, è presente soprattutto nelle grandi opere pubbliche, dove tradizionalmente lavorano imprese “union”, che impiegano maestranze aderenti ai sindacati di categoria e operano secondo le regole del sistema sindacale americano. Lo stesso vale per la presenza geografica. L’aggregazione consentirebbe infatti di riequilibrare l’esposizione di Trevi, oggi fortemente concentrata sul Medio Oriente, rafforzando invece Stati Uniti, Australia ed Europa occidentale.
La chiave della tecnologia
Ma la vera parola chiave è un’altra: tecnologia. Secondo Petrucco il settore delle infrastrutture specialistiche sta entrando nella più grande trasformazione degli ultimi decenni. Robotizzazione, automazione e macchine proprietarie stanno cambiando il modo di costruire gallerie, fondazioni e reti energetiche. Negli ultimi anni Icop ha sviluppato internamente nuove tecnologie per il microtunnelling e sistemi robotizzati per la manutenzione portuale. Investimenti che richiedono però capitali sempre maggiori. «La prossima frontiera è la robotizzazione. Per affrontarla serve ricerca, servono investimenti e serve soprattutto la scala». Anche sotto questo profilo la fusione non viene presentata come un’operazione di riduzione dei costi. «Non immaginiamo sinergie fatte di tagli o esuberi – chiarisce Petrucco – Le vere sinergie sono industriali: maggiore capacità commerciale, migliore utilizzo delle flotte di macchine, condivisione delle competenze e rafforzamento della ricerca». Il ceo rivendica poi un modello di impresa molto diverso da quello delle grandi multinazionali. Icop resta un’azienda familiare, ma fortemente managerializzata, dove la nuova generazione ha già assunto responsabilità operative e dove molti dirigenti hanno meno di 35 anni. «La forza dell’impresa sono i giovani. Molti lasciano l’Italia non solo per gli stipendi, ma perché qui spesso non trovano spazio. Noi abbiamo dirigenti di 27 anni. Quando abbiamo deciso di investire negli Stati Uniti sono stati proprio loro i primi a crederci».
La politica
L’operazione è guardata con favore anche dalla politica: «L’unione delle competenze di Icop e Trevi – commenta Alessandro Cattaneo, vicecoordinatore vicario di Forza Italia in Lombardia – può dar vita a un campione nazionale capace di competere nei grandi progetti infrastrutturali internazionali salvaguardando occupazione qualificata e radicamento territoriale. Da liberale vedo la presenza del pubblico in aziende private come un’estrema ratio, valida in momenti e realtà particolari come avvenuto in Trevi, questa operazione può rappresentare un ritorno in tempi ragionevoli a logiche di libero mercato».
© Riproduzione riservata