Cala definitivamente il sipario sulla storia industriale dell’ex Ilva di Taranto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso contro il decreto con il quale la Corte d’Appello di Milano ha disposto la fermata dell’area a caldo, la parte centrale della fabbrica siderurgica che produceva acciaio.
Uno storico stabilimento al centro delle cronache degli ultimi 15 anni e che ha fatto, nel bene e nel male, la storia della siderurgia italiana.
La decisione è stata presa dalle Sezioni Unite Civili dopo l’udienza del 20 ottobre. Il decreto della Corte d’Appello risale al 27 luglio, con 90 giorni di tempo all’azienda per adempierlo, ed è stato confermato dai giudici di Milano in due diverse occasioni: le udienze del 9 e del 30 settembre scorsi.
L’impianto industriale è stato considerato dannoso per la salute umana a causa dell’emissione di polveri in atmosfera e della presenza di amianto negli altiforni: queste le motivazioni centrali della Corte d’Appello nel suo decreto. Alla Suprema Corte avevano presentato contro il decreto due distinti ricorsi straordinari le società Ilva e Acciaierie d’Italia spa-Acciaierie d’Italia holding chiedendone l’annullamento.
Ora per l’Italia si apre un capitolo “acciaio”. Taranto diventerà un mero trasformatore con un futuro solo se, entro l’8 novembre, saranno presentate offerte per quel che resta del polo, l’area a freddo (per lo più laminatoi). In corsa c’è la cordata italiana guidata da Federacciai ma una offerta vincolante non è stata ancora presentata. Sul fronte occupazionale la sentenza è una vera bomba sociale. Al momento la cassa riguarda oltre 9mila dipendenti. Di questi, pochissimi (2.500,3.000) rimarranno in forza sull’area a freddo.
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