L’acqua dolce costituisce meno del 3% dell’acqua presente sul nostro pianeta, quasi il 70% di questo “oro blu” è congelato nei ghiacciai e nelle calotte polari e meno dello 0,01% è disponibile per l’uso umano in laghi, fiumi, bacini e falde acquifere facilmente accessibili. Più delle terre rare, l’acqua dolce si presenta come vera rarità. Un miliardo di persone sul pianeta non ha accesso ad alcuna fonte idrica. I più ricchi si adoperano con i costosi impianti di desalinizzazione (che produce acqua non potabile, utile solo per usi agricoli e industriali). Gli altri migrano.
La crisi siccità
Per chi ce l’ha, l’acqua è solo normale. E noi in Italia ne abbiamo tanta, nonostante il periodico allarme che si sviluppa in estate. La crisi siccità è solo l’effetto di uno sconsiderato uso dell’acqua. E in Italia è l’esito di un inadeguato sistema di distribuzione che perde oltre il 40% dell’acqua disponibile: al punto di consumo arriva solo il 60% di quello che esce dalle fonti. Un delitto. Ma si sa, spesso più soldi si hanno peggio si spendono.
Ricco sottosuolo
In Italia siamo ricchi, almeno d’acqua, anche se non ce ne rendiamo conto. Il sottosuolo nazionale è ricco di acque sotterranee che soddisfano più dell’84% del fabbisogno nazionale di acqua potabile. Il 66% del nostro territorio è pieno di veri e propri serbatoi naturali con capacità produttiva medio alta che si concentrano prevalentemente nella Pianura Padano-veneta e lungo l’Appennino centrale e meridionale. A quarant’anni dall’ultima grande ricognizione, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) ha presentato pochi giorni fa la nuova Carta Idrogeologica d’Italia.
Irlanda e Grecia
Ogni giorno in Italia si prelevano 9 miliardi di metri cubi di acqua, da pozzi, sorgenti, fiumi e laghi. Un inestimabile patrimonio (da record europeo, l’Irlanda e la Grecia ci superano solo per valori pro capite perché sono poco abitate e perché sommano acque superficiali), che si rigenera annualmente e che va conosciuto, tutelato e valorizzato. E che deve fare i conti con altri fattori di rischio e fragilità del territorio. Poco meno di tre miliardi di questo patrimonio provengono dalle sorgenti, il più prezioso, il più “puro”. Di questi, due terzi sgorgano dall’Appennino centrale e meridionale, la zona più sismica del Paese.
Entrando ancor più nel dettaglio, un quarto di questo prezioso capitale naturale – 655 milioni di metri cubi – lo dobbiamo alle caratteristiche ambientali dell’area del cratere sisma 2016, quello che ha colpito e devastato quattro regioni del Centro Italia: Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, da Amatrice a Norcia, dal Teramano ai Monti Sibillini, un’area enorme, 8.000 chilometri quadrati, 28 miliardi di danni. Dieci anni dopo molti si sono dimenticati della tragedia (299 vittime nel giorno della prima scossa, il 24 agosto 2016) ma da quei territori, dalla loro integrità, dalla loro ricostruzione, dalla loro rinnovata sicurezza dipende anche un quarto dell’acqua potabile del Paese. In quell’area ci sono 80 sorgenti che riforniscono acquedotti, sistemi urbani, attività produttive, agricoltura ed ecosistemi collocati anche a notevole distanza. Uno per tutti: dalla sorgente del Peschiera – che con i suoi 260 milioni di metri cubi l’anno è la più grande sorgente d’Italia e una delle più grandi d’Europa – nel Comune di Cittaducale (provincia di Rieti) dipende il fabbisogno idrico di tutta Roma.
Il cratere del sisma in Centro Italia
Questa concentrazione di portate idriche nel cratere rende evidente la rilevanza strategica di alcune specifiche idrostrutture e la necessità di sottoporle a un monitoraggio particolarmente accurato, sia sotto il profilo quantitativo sia rispetto alla qualità delle acque e alla vulnerabilità sismica delle opere di captazione e adduzione.
Uno degli interventi più innovativi, nel corso della ricostruzione post-sisma 2016, ha riguardato proprio una grande infrastruttura idrica, nelle Marche, la regione che ha subito il 60% dei danni. «L’Anello Acquedottistico antisismico dei Sibillini rappresenta una delle opere più innovative e strategiche nate nel quadro della ricostruzione e della messa in sicurezza dell’Appennino centrale. Poche settimane fa è stato fatto oggetto di una grande convegno internazionale a Roma, dedicato alla resilienza infrastrutturale e alla sicurezza idrica – afferma il commissario straordinario del governo per la Ricostruzione Sisma 2016, Guido Castelli – Dopo il sisma del 2016 abbiamo compreso con ancora maggiore forza quanto sia necessario investire non solo nella riparazione dei danni, ma nella prevenzione, nella qualità delle infrastrutture e nella capacità dei territori di resistere agli effetti dei cambiamenti climatici e dei rischi naturali».
Il ministro Lollobrigida
«Si tratta di un’opera infrastrutturale importante dal punto di vista della funzionalità, perché è evidente che ci troviamo in una fase della storia in cui l’acqua assume un ruolo sempre più rilevante come risorsa strategica per molteplici utilizzi, tra i quali, naturalmente, quello agricolo», spiegava al convegno il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Contrasto allo spopolamento
Gli eventi sismici possono modificare temporaneamente o stabilmente la circolazione sotterranea dell’acqua, aprendo o chiudendo fratture, variando le pressioni nelle falde, alterando le portate sorgive e spostando i punti di emergenza. Possono inoltre danneggiare opere di presa, serbatoi, condotte, gallerie e sistemi di adduzione. La sicurezza idrica non dipende soltanto dall’efficienza delle condotte. Inizia dalla tutela del territorio nel quale la risorsa si forma. La capacità di ricarica degli acquiferi è influenzata anche dalla qualità dei suoli, dalla gestione della vegetazione e dalle modalità di uso del territorio. Boschi gestiti in modo sostenibile, pascoli mantenuti, sistemazioni idraulico-forestali, agricoltura di montagna e manutenzione dei versanti possono favorire la tutela delle aree sorgive.
Presidio
La presenza delle comunità, delle imprese agricole e forestali e delle attività economiche compatibili costituisce quindi una componente della sicurezza idrica. «Il contrasto allo spopolamento rappresenta una forma di presidio dei luoghi nei quali si genera una risorsa essenziale per milioni di cittadini. La ricostruzione dell’Appennino centrale deve quindi essere considerata anche come un investimento per la sicurezza idrica nazionale», aggiunge Castelli. L’acqua dimostra in modo particolarmente evidente l’interdipendenza tra montagna e città. Senza territori montani curati, abitati e produttivi, anche i grandi sistemi urbani diventano più fragili.
Leggi anche:
Acea scommette sull’acqua intelligente, accordo da 205 milioni per Aquanexa
Acqua, sgorgano investimenti e capitali. Perché il futuro è nelle infrastrutture idriche
© Riproduzione riservata