Anni difficili questi per l’industria lattiero-casearia, che si trova stretta da una nuova morsa: da un lato il rallentare dei prezzi del latte, dall’altra il permanere di costi energetici e logistici elevati che continuano a comprimere i margini. Una pressione che sta cambiando il modello industriale del settore e spingendo molte aziende a investire in packaging sostenibile, autoproduzione energetica e filiere territoriali più corte. Il rallentamento dei prezzi del latte nel 2026 è documentato dai dati del Milk Market Observatory della Commissione europea, che mostrano una discesa del prezzo medio Ue da circa 48,15 euro al chilo a dicembre 2025 a 47,31 euro al chilo a gennaio 2026 (-1,7%). Questo anche perché nel 2026 la produzione Ue è in crescita rispetto al 2025.
Dall’ultimo report della Commissione europea sul mercato agroalimentare emerge che le tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno alimentando rincari su gas, trasporti e fertilizzanti, con effetti diretti sui costi della filiera alimentare europea. Nel lattiero-caseario il problema pesa più che altrove: refrigerazione, trattamento UHT, stoccaggio e trasporto del fresco richiedono infatti enormi quantità di energia. A fotografare il quadro è anche McKinsey, che nel suo “Dairy Industry’s 2026 Playbook” rileva come oltre metà delle aziende lattiero-casearie europee abbia registrato nel 2025 margini stagnanti o in calo. Per il 2026 le priorità dichiarate dai manager del settore sono due: contenere i costi e difendere i volumi. L’aumento delle spese logistiche sta già incidendo sui bilanci. Centrale del Latte d’Italia ha chiuso il primo trimestre 2026 con un Ebit (utile operativo) in calo del 19,8%, attribuito principalmente all’aumento dei costi di vendita e distribuzione, saliti dell’11%.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre la produzione europea di latte torna a crescere. Nei primi mesi del 2026 la raccolta di latte vaccino nell’Unione europea è aumentata del 4,6% rispetto al 2025. Più offerta, però, non significa automaticamente più profitti. Anzi: con il calo dei prezzi del latte e i costi industriali ancora elevati, molte aziende stanno cercando efficienza ovunque possibile.
Territori
Ma la linfa della produzione lattiera del Paese scorre nelle arterie dei territori, in particolari in alcuni, come quello della Sardegna. L’isola produce il 68% del latte ovino italiano e il 58% di quello caprino, oltre a una quota significativa di latte vaccino industriale (dati Clal). Questo significa che l’isola è una componente fondamentale della filiera casearia ovicaprina nazionale, quella da cui nascono prodotti DOP come il Pecorino Romano, il Pecorino Sardo e il Fiore Sardo.
“I costi dei trasporti sono aumentati di parecchio” ci spiegano dal Caseificio Lacesa a Birori (Nuoro) “con picchi fino al 15%, questo ha avuto un impatto sulla marginalità”.
“Le persone non acquistano più come acquistavano prima, perché i prezzi aumentano ma gli stipendi rimangono uguali” lamenta l’azienda agricola Pab’è is tèllasa – di S.Andrea Frius in provincia di Cagliari. “Così non riusciamo ad aumentare il costo dei prodotti – nonostante i prezzi per noi aumentino – perché abbiamo già una vendita inferiore a prima, la clientela spende poco”.
Una crisi che non è confinata agli ultimi mesi di guerra tra Usa e Iran, ma prosegue da dopo il Covid, quando le aziende hanno sentito la prima grande botta, a causa dell’aumento dei prezzi energetici conseguente al conflitto russo-ucraino. “Dopo il Covid, tra gas e corrente le spese sono sempre in aumento”. Non stiamo parlando solo di grandi industrie: dentro questa economia convivono cooperative, microaziende familiari, allevamenti estensivi e imprese industriali di trasformazione. La pastorizia e la trasformazione casearia mantengono vive zone che altrimenti rischierebbero spopolamento accelerato e abbandono rurale.
Industrie
Lato industrie, c’è però qualcosa che può essere fatto per affrontare il momento. Piccoli accorgimenti che, certo, non risolvono il problema dell’inflazione e della salita dei costi, ma possono aiutare a ridurne l’impatto. Ridurre peso, materiali e costi logistici significa tagliare spese lungo tutta la supply chain. Ma significa anche rispondere alle nuove normative europee sugli imballaggi e alle richieste dei consumatori.
Ad esempio Cooperativa Latte Arborea. La cooperativa sarda, che nel 2025 ha raggiunto un fatturato di 267 milioni di euro, ha presentato a TuttoFood una strategia centrata proprio sull’efficienza energetica e sulla sostenibilità del packaging. I nuovi formati UHT da 250 e 500 ml in bottiglie rPET al 50% puntano a ridurre sprechi alimentari e utilizzo di plastica, adattandosi anche a nuclei familiari più piccoli e consumi individuali. Parallelamente Arborea ha ridotto di 7.700 chilogrammi la plastica impiegata nel confezionamento del latte fresco e investito in impianti fotovoltaici e flotte a basse emissioni.
Ma dietro questi investimenti c’è anche una questione territoriale. Le cooperative lattiero-casearie rappresentano infatti un presidio economico fondamentale in molte aree rurali italiane. In Sardegna Arborea garantisce stabilità occupazionale, remunerazione agli allevatori e continuità produttiva in un territorio dove il comparto agroalimentare è decisivo per l’economia locale. “Dare priorità al prezzo del latte significa per noi lavorare per la stabilità del comparto e tenere fede a questo impegno attraverso un programma strutturato di investimenti” spiega Remigio Sequi, presidente di Arborea.
La stessa logica emerge anche in altre realtà italiane. Mila, in Alto Adige, sta investendo in efficientamento energetico e riduzione dell’impatto degli imballaggi, rafforzando il legame tra filiera alpina e sostenibilità. Granarolo accelera sull’utilizzo di PET riciclato e sull’alleggerimento delle confezioni, mentre Parmalat-Lactalis lavora su packaging completamente riciclabili e filiere certificate.
Nel Nord Italia la transizione energetica passa anche dal biometano. A febbraio 2026 Dolomites Milk ha firmato con Alperia uno dei primi accordi italiani di lungo termine per la fornitura di biometano all’industria lattiero-casearia. L’intesa consentirà di coprire buona parte del fabbisogno energetico dell’azienda riducendo emissioni e dipendenza dal gas tradizionale.
Investimenti importanti, che non forniscono una risposta sufficiente alla situazione geopolitica che sta affliggendo il settore, ma che possono ridare nuovo slancio a una produzione fondamentale per l’occupazione e la sopravvivenza dei territori.
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