È una multiutility, erede delle vecchie municipalizzate che forniscono servizi pubblici, ma anche una multiproprietà. I soci del colosso emiliano-romagnolo Hera, attivo nella fornitura di gas, luce, acqua e nella raccolta rifiuti, sono infatti ben 100 Comuni di quella terra che ha visto nascere, non a caso, il movimento cooperativo e mutualistico. In testa a reggere il timone con quote poco sotto il 10% ciascuno, i Comuni di Bologna e Modena cui si aggiungono con piccole quote tutti i Comuni che si servono di Hera. La quota pubblica raggiunge il 48% e il resto è diffuso sul mercato dove il gruppo è quotato da anni.
Servizi pubblici
Gestire una società di servizi pubblici non è poi così difficile. Si incassano le tariffe per i servizi, di fatto in monopolio, si pagano i costi, si fanno gli investimenti adeguati allo sviluppo futuro e voilà, gli utili sono assicurati. Spesso anche copiosi, dato che le tariffe remunerano più che bene i costi. Basta non sbagliare sugli investimenti, tenendo il debito sotto controllo e la gestione non può che chiudere in utile. Questo vale non solo ovviamente per Hera, ma per tutte le utility locali quotate.
Un business tranquillo, per gli analisti spesso noioso se l’azienda in questione non diversifica l’attività, dato che nel core business è più che prevedibile l’andamento dei conti, dei flussi di cassa e del debito. E in fondo per gli investitori è come comprarsi un grande bond pubblico. C’è la garanzia di un business protetto, che non compete sul mercato, dall’andamento dei conti costante e c’è da incassare il dividendo.
Le cedole
È proprio la cedola quella cui guarda chi investe in Hera, A2A, Iren o Acea, le principali multiutility quotate in Italia. Del resto, per i Comuni, i servizi pubblici quotati sono il vero forziere della tesoreria locale. Sono asset patrimonializzati che sostengono i patrimoni delle amministrazioni locali e sono fonte di ricchi dividendi per le casse dei sindaci, spesso con l’acqua alla gola nel far quadrare i conti.
Hera non fa eccezione. Nel 2025 ha prodotto 464 milioni di utili netti. E il dividendo che verrà erogato a giugno a tutti i soci, Comuni di Bologna e Modena in testa, sarà di 16 centesimi per azione che fa un montante di 233 milioni di euro da distribuire agli azionisti, quelli diffusi sul mercato e soprattutto i Comuni che incasseranno poco meno della metà di quei 233 milioni. Non solo, ma quella cedola è prevista crescere, secondo i dettami del piano industriale, a quota 19 centesimi per azione nel 2029.
Modena e Bologna
Manna per i conti pubblici di Bologna, Modena e dei 98 Comuni emiliano-romagnoli, ma anche friulani dopo l’espansione di Hera che ha vinto molte gare di assegnazione appunto in Friuli Venezia Giulia e nel Triveneto. Un gigante tranquillo da quasi 13 miliardi di ricavi portati a casa nel 2025 con un margine industriale di 1,53 miliardi e un utile netto di 464 milioni.
I competitor
A vederla così una gestione tutto sommato normale per chi opera nel business di gas, luce, acqua e rifiuti sul territorio. Per investire ci si indebita, come per tutti, ma il debito non presenta criticità sulla sua sostenibilità sui flussi di cassa. Il debito finanziario netto della multiutility viaggia poco sotto 4 miliardi di euro. Con una leva di solo 2,6 volte sul margine lordo e con un rapporto debt/equity di solo 0,9. Il patrimonio netto, frutto degli utili cumulati nel tempo viaggia a 4,4 miliardi. La solidità è fuori discussione e gli interessi sul debito, bloccato per il 93% a tasso fisso, costano in media il 2,8%. Un peso annuo di poco meno di 110 milioni di euro di spesa per interessi, che incidono poco su 1,53 miliardi di Ebitda.
Tutto bene quindi per i sindaci di Bologna, Modena e degli altri 98 Comuni soci di Hera? Vista così sembrerebbe. In fondo Hera si comporta come tutti gli altri suoi competitor di settore. E in fondo gestire una multiutility come abbiamo detto è come andare con il pilota automatico, fatti salvi investimenti oculati e debito tenuto a bada. Ma guardando più da vicino il comparto e i diretti comparabili quotati ecco che emerge una differenza profonda.
Hera è la meno redditizia rispetto ai suoi antagonisti locali. La redditività industriale è bassa con un Ebitda margin all’11% contro il 19% di Iren, la municipalizzata che a partire dalla fusione di Torino e Genova si è poi allargata a Parma e Piacenza; il 15% di A2A, il colosso posseduto dai Comuni di Milano e Brescia e il 41% della romana Acea.
La redditività
Ma anche a livello di redditività netta Hera perde quota. Quei 464 milioni di utili netti su 12,8 miliardi di ricavi valgono il 3,6%. A2A produce utili netti per 686 milioni su ricavi per 14 miliardi pari a un rapporto del 5%. Iren di utili ne fa 316 milioni su 6,57 miliardi pari al 4,8%. Senza contare Acea che supera il 17%.
Come si vede sono tutti più redditizi del gigante emiliano-romagnolo. Che però si prende qualche rivincita sul piano patrimoniale con un rapporto tra debito finanziario netto e margine industriale poco sotto le 2,6 volte. Poco più alto di A2A (2,5), ma meglio di Iren che supera le 3 volte e di Acea con 3,2 volte.
Quindi, solida Hera lo è senza dubbio, con un passo tranquillo che ha visto i ricavi più che triplicare in modo lineare negli ultimi 10 anni con utili passati da meno di 200 milioni nel 2015 ai 464 milioni di fine 2025. Ma il passo forse è troppo tranquillo, vista la differenza di reddittività con i competitor. Il fatto di essere un’azienda al servizio di una comunità non assolve gli amministratori dal ricercare i modi per rendere più profittevole il business tradizionale. I competitor lo fanno, a Hera evidentemente manca lo sprint.
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