Stefano Boeri, 69 anni, urbanista e architetto italiano tra i più famosi e prestigiosi al mondo, visionario, inventore del Bosco Verticale.
Architetto Boeri, quanto questa crisi militare ed energetica che sta squassando il mondo influenza l’architettura?
«Credo che ci sia un problema serio che riguarda la geografia dell’architettura».
Che cosa vuol dire la geografia?
«Ci sono parti del mondo nelle quali negli ultimi anni l’architettura ha avuto un grande sviluppo, penso ai Paesi del Golfo. E temo che questo conflitto stia generando la sospensione o l’annullamento di molti progetti. E poi forse ci sarà un effetto a media scadenza nei Paesi dove la chiusura dello Stretto di Hormuz crea maggiori problemi nell’approvvigionamento, quindi nell’uso nell’energia. Penso a Paesi come Thailandia, Vietnam o Indonesia. Parliamo di Paesi in forte sviluppo, che ragionevolmente subiranno un significativo rallentamento degli investimenti pubblici e quindi anche uno stop alle opere architettoniche. L’architettura segue gli andamenti del mercato e dell’economia. È un sensore delle dinamiche economiche».
L’aumento dei costi energetici che effetti avrà sui progetti di opere sostenibili?
«Vorrei provare a vedere gli effetti positivi. Quello della sostenibilità è una strada ormai consolidata. Ci sono città come Praga dove stiamo lavorando e dove il tema della sostenibilità è il punto di partenza per ogni costruzione nuova. È una precondizione per l’architettura. Ma anche in Cina ci sono novità incredibili. La Cina ha sviluppato enormemente le energie rinnovabili, pur mantenendo petrolio e carbone. E quando si muove un Paese come la Cina, che è abitata quasi da un quinto dell’umanità, il segnale è molto positivo».
La guerra ha effetti sulle politiche ambientali?
«Questa guerra ha dimostrato una cosa: l’approvvigionamento delle risorse legate al petrolio, che sembrava il sistema più stabile di produzione di energia, si è dimostrato il più fragile, perché è soggetto a variabili politiche e militari talmente alte da creare gigantesche incertezze».
Stiamo parlando della chiusura dello Stretto di Hormuz?
«Il problema dello stretto di Hormuz non è tanto che gli iraniani lo possano chiudere o aprire, ma sta nel fatto che le assicurazioni gestiscono direttamente la gran parte della motivazione delle merci, soprattutto del gas e del petrolio. Le assicurazioni stanno bloccando il traffico navale. Solo il rischio di un attacco suggerisce loro di bloccare il traffico. E questo vale anche per il futuro. Se pure lo stretto riapre, resta la minaccia, e la minaccia impone costi economici altissimi».
Quindi?
«Siamo in una situazione in cui l’uso delle rinnovabili si impone. I Paesi che hanno investito nelle rinnovabili, oggi sono avvantaggiati».
L’Italia a che punto è?
«L’Italia è favorita per la presenza di imprese che producono pannelli solari, oltre che per la sua disposizione geografica e per il suo clima».
Ci sono intrecci urbanistica-energia?
«Assolutamente sì».
È ipotizzabile una urbanistica solo sulle rinnovabili?
«È una vecchia idea di Jeremy Rifkin, celebre economista e visionario americano. Scrisse un libro (La terza rivoluzione industriale) nel quale sosteneva, quasi 20 anni fa, che le rinnovabili potevano diventare le risorse per il futuro delle città e dell’architettura».
Perché dell’architettura?
«La sua idea era di rendere ogni edificio autonomo dal punto di vista energetico. Lui diceva che un complesso di case, se ha un impianto centralizzato di energia rinnovabile, può avere più energia di quanta gliene serve e quindi diventa addirittura una forma di imprenditoria».
Aveva ragione?
«Il concetto di comunità energetica comincia a funzionare…».
Siamo un Paese culturalmente pronto a fare questo passo?
«Io penso assolutamente di sì. Quando le cose diventano necessità e non solo atteggiamento culturale, allora diventano realistiche. Lei pensi che l’energia prodotta da un sistema di pannelli sul tetto di un condominio, con le tecnologie moderne, è in grado di rispondere alle esigenze di tutti quelli che abitano in quel condominio e di offrire o vendere energia anche agli edifici limitrofi e collegati in rete ad una batteria comune».
Ma lei non crede che la sostenibilità ambientale non vada d’accordo con la sostenibilità economica? Il green costa…
«Stiamo facendo un progetto per le case Aler di Monza e Brianza. Aler, cioè case popolari. Lì stiamo ristrutturando le facciate di due edifici e aggiungendo le rinnovabili. L’idea è che i due edifici insieme con altre case Aler diventino una comunità energetica, e che producendo più energia del necessario e vendendo l’energia superflua, si possano distribuire i proventi alle famiglie più fragili».
Parliamo delle città verdi.
«Sostituire ai parcheggi agli alberi. Questa è l’idea. Però bisogna distinguere tra le situazioni in cui si può rinunciare alla macchina, per esempio perché ci sono servizi pubblici molto efficienti, e le situazioni dove il parcheggio è indispensabile. Qualunque politica ambientale che non tenga conto delle diseguaglianze e dei problemi sociali non può funzionare».

L’obiettivo del Bosco Verticale qual era?
«Eravamo alla fine del 2008. Abbiamo avuto la possibilità di fare questa sperimentazione perché abbiamo trovato degli imprenditori attenti e disponibili. Oggi possiamo dire che dopo questa esperienza molti posti al mondo fanno cose simili. Le fanno anche meglio di noi».
Oggi il Bosco Verticale è solo un palazzo di lusso…
«Era solo di lusso. Certo il primo esperimento è stato costoso. Però i costi di manutenzione del verde oggi sono davvero bassi, con le nuove tecnologie. Anche il costo per metro quadro è molto sceso…».
Il Bosco Verticale è replicabile ovunque?
«Lo progettiamo in Paesi del mondo molto diversi. Ovviamente si deve partire dalle condizioni climatiche. Poi studiare la botanica. La scelta delle piante da utilizzare deve essere fatta in relazione a questi parametri. Solo a questo punto disegniamo l’edificio. Gli edifici devono essere a misura degli esseri umani ma anche degli esseri vegetali».
Lei sogna che le città diventino boschi?
«Praga è una città di pietra dove però la presenza del verde urbano sta crescendo con intelligenza. Grandi superfici urbane possono essere trasformate in terreno verde e permeabile, a uso pubblico».
Mi parli del progetto della Porta della Speranza.
«Lo abbiamo realizzato grazie al dicastero Cultura del Vaticano. Ci hanno chiesto una Porta della Speranza al carcere di Brescia. E noi abbiamo pensato che l’unica speranza vera è il lavoro e il rapporto con l’esterno. Allora abbiamo realizzato una doppia porta: una dentro al carcere e una fuori in una piazza vicina. Uguali. Questa doppia porta offre al detenuto la speranza di lavoro fuori dalle sbarre e a chi sta fuori parla di cosa vuol dire stare in carcere».
Quanto l’architettura è veicolo di comunicazione?
«Quando succede è una gioia».
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