Un nuovo Pnrr finanziato dalle banche per sostenere gli investimenti e un piano di vendita degli immobili pubblici per ridurre il debito. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, mette sul tavolo due proposte che affrontano da direzioni diverse lo stesso problema: come dare all’Italia più forza per crescere attraverso la leva degli investimenti e, al contempo, alleggerirla di almeno parte del suo debito pubblico da 3.200 miliardi di euro. Lo ha fatto martedì 27 ottobre, intervenendo al Forum Moneta nel confronto con il direttore del Giornale Tommaso Cerno. Tanto nel finanziare lo sviluppo quanto nell’accompagnare un’operazione sul patrimonio dello Stato.
Il punto di partenza è che la crescita, da sola, non basta. Con un Pil che avanza dello 0,5%, nel ragionamento del banchiere servirebbero cinquant’anni per ridurre in misura significativa il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo. Un orizzonte troppo lontano per affidare soltanto a questa leva il riequilibrio dei conti. Da qui, l’idea di Messina: «È indispensabile ragionare su modalità per cui le banche possano essere utilizzate maggiormente per incrementare la crescita: dovremmo immaginare dei Pnrr italiani fatti con la collaborazione degli istituti. Potremmo contribuire con l’erogazione del credito attraverso progetti finalizzati ai motori di crescita del Paese come l’innovazione, l’intelligenza artificiale».
Insomma, nessuna contrapposizione, ma banche e Stato insieme dalla stessa parte.
L’altra leva è la riduzione del debito attraverso un altro strumento suggerito dal banchiere: «Noi abbiamo nel bilancio pubblico centinaia di miliardi di euro di immobili», in un sistema dove la spesa per interessi all’anno è intorno ai 100 miliardi (più dell’istruzione), il Paese «può permettersi di avere 500, 600 miliardi di euro di immobili detenuti dallo Stato e dalle regioni? Si potrebbe smobilizzare parte questi immobili attraverso uno strumento dedicato, da collocare alle famiglie italiane. Se anche fossero 50, 100 miliardi in un lasso di tempo di 5-10 anni sarebbe un modo per dimostrare che l’intenzione è ridurre il debito pubblico e farlo valere anche a livello europeo».
Si tratterebbe di veicoli in grado di generare rendimenti equivalenti a quelli dei titoli di Stato e di prevedere una protezione per i risparmiatori. Dal canto suo, una banca come Intesa Sanpaolo che nel proprio perimetro ha società specializzate nella costruzione di fondi di investimenti (Eurizon) e la più grande rete di consulenti finanziari in Italia (Fideuram Ispb) potrebbe essere un partner tecnico di primo piano in un’operazione di questo tipo. «Sono progetti difficili da mettere in piedi, me ne rendo conto. Però se non si parte mai, questo moloch del debito pubblico non verrà mai scomposto. Io credo che si possa fare».
La proposta, sostiene ancora Messina, è anche per uscire dalla logica della contrapposizione tra Stato e banche. Il sistema bancario, ricorda, detiene 400 miliardi di Btp: «Il più grande creditore dello Stato oggi è l’insieme del sistema bancario e sistema assicurativo. Oggi questi due soggetti hanno più titoli di Stato rispetto alla Bce, rispetto alla Banca d’Italia», sottolinea Messina. E, nel caso di Intesa, può vantare 500 miliardi di impieghi, il che significa essere molto esposta all’andamento dell’Italia nel suo complesso.
«Abbiamo tutti lo stesso interesse», non ci sono interessi contrapposti, è il suo ragionamento. «Se lo spread mi va a 300, la banca sopporta delle perdite (in quanto grande possessore di titoli di Stato italiani, ndr) e si rischia di innestare una crisi di fiducia anche nei confronti delle banche». Nella fase di allestimento della manovra di bilancio, che comprende un contributo da 5 miliardi da parte di banche e assicurazioni, si è dibattuto molto su una nuova richiesta da parte del governo, dopo l’accordo triennale dell’anno precedente che aveva richiesto anche l’assenso dei grandi azionisti: «Ci deve essere il giusto equilibrio e un’equità di trattamento perché noi abbiamo dei soci e la gran parte delle banche sono con azionisti internazionali, circa il 70%. Quindi non è che gli istituti possono decidere di fare delle cose che vanno a detrimento degli azionisti in una fase come questa».
Il ruolo del credito nell’economia porta il discorso al risiko bancario. E qui il punto di arrivo è Generali. Messina sembra proporre una coabitazione pacifica dei grandi. L’intento dell’operazione è «stabilizzare il risparmio nel nostro Paese e mettere in sicurezza l’indipendenza di Generali, che non sarà più scalabile una volta che noi avremo più del 13%». Intesa, assicura, condividerà «questo elemento di stabilità con Unicredit, con Delfin, con Caltagirone, con Benetton» senza «interferire sulla gestione». Un’operazione di sistema, quindi: «lo facciamo per l’Italia» ma «anche per Intesa» perché «è chiaro che se qualcuno acquisisse Generali in Italia potrebbe diventare un leader nel wealth management». È una proposta che parla il linguaggio degli interessi: cercare un equilibrio nel quale ciascun socio possa riconoscere una convenienza.
In questo quadro, un altro passaggio dell’intervento si presta a una lettura che va oltre le considerazioni generali sulla responsabilità degli amministratori delegati. Messina non fa nomi, ma le sue parole possono suonare anche come una stoccata a Luigi Lovaglio, il numero uno di Mps che ha cercato di contrastare la scalata di Intesa attraverso una doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali, costruendo un piano alternativo poi infrantosi contro il volere dell’assemblea di Rocca Salimbeni. Il riferimento del banchiere è al dovere di chi guida un’azienda di mettere gli interessi degli azionisti davanti a quelli personali: «Per quanto mi riguarda, il mio interesse è fare il bene dei miei azionisti perché io faccio l’amministratore delegato» e «questo dovrebbero ricordarselo tutti, che quando operano e ricoprono il mio stesso ruolo dovrebbero agire negli interessi dei loro azionisti, non nel proprio interesse cercando di salvare la propria poltrona».
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