Come possiamo difenderci dal popolo che non ce la fa più ad andare avanti salvando la democrazia? Gli scontri di Milano delle ultime due settimane toccano un nervo scoperto e ci obbligano a farci questa domanda. Ci aiuta l’economia del buon senso. Quando le differenze tra ricchezza e povertà sono così grandi la corda si tende troppo e rischia di spezzarsi. Per la Federal Reserve, nel secondo trimestre 2026 negli Usa l’1% più ricco possiede il 32,5% del patrimonio netto delle famiglie americane. Su scala mondiale per il World Inequality Report 2026 «il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi i tre quarti di tutta la ricchezza, mentre la metà più povera ne detiene appena il 2%».
Quando le grandissime ricchezze hanno moltissimo da perdere dalla rottura del contratto sociale c’è soltanto una soluzione: dare anche al popolo qualche cosa da perdere. È il momento di tornare a redistribuire. Redistribuire significa poter risparmiare, acquistare la casa, poter aprire un’impresa e avere una mobilità sociale sana.
E poi serve la fiducia nelle istituzioni e nella democrazia perché secondo uno studio Ocse del 2024 «il 69% di chi sente di avere voce in capitolo nelle azioni del governo nazionale si fida del governo contro il 22% di chi ritiene di non avere voce in capitolo». In sostanza cittadini più autonomi e liberi sono l’ossatura della democrazia. La redistribuzione in democrazia non è solo giustizia ma anche sopravvivenza.
Quanto può durare una democrazia nella quale sempre più persone hanno sempre meno interesse a mantenere lo stato delle cose? Bisogna mettere il popolo nelle condizioni di avere abbastanza da voler lottare per difendere il suo mondo. E ai giovani bisogna lasciare un futuro possibile. In un mondo dove l’interesse alla conservazione appartiene solo alle grandi ricchezze queste si devono interrogare per ristabilire un equilibrio sostenibile. Perché ogni egemonia funziona soltanto quando è abbastanza tollerabile da poter non essere vista.
La mano di Orfeo di Alan Friedman (Baldini e Castoldi, 400 pagine, 22 euro) racconta l’attualità del potere visto dall’alto: «Alex non vedeva alcun progetto, alcuna strategia, solo un branco di sciacalli di Washington affamati di contratti e funzionari del Pentagono che non vedevano l’ora di varcare la porta girevole del pensionamento anticipato, per poi rientrare cinque minuti dopo come lobbisti lautamente pagati per conto di Lockheed, Grumman o Boeing».
Freddo come una macchina di Colson Whitehead, (Mondadori, 420 pagine, 23 euro) racconta la New York degli anni Ottanta, hip-hop dallo stereo, graffiti sui vagoni della metropolitana e un divario sempre più ampio tra ricchi e poveri e ci mostra il potere dal basso: «Sotto la città scorrono linee di energia nascoste» disse. «Acqua. Telefono. Elettricità (…). È tutto collegato, in maniera invisibile, sotto i nostri piedi. Tu non lo vedi, ma è lì che sta il vero potere: dappertutto, in profondità».
In mezzo ci siamo noi. Se i poveri hanno poco da perdere i ricchi devono farsi delle domande. E se qualcuno pensa che la democrazia non sia più utile ai suoi interessi potrebbe restare deluso.
Perché, in dittatura e in democrazia, il potere deve sembrare equo e non insostenibile, perché sa bene che niente è per sempre, neppure le ingiustizie.
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