La corsa globale all’intelligenza artificiale non è solo una competizione tecnologica, ma soprattutto una sfida geopolitica destinata a ridisegnare gli equilibri economici mondiali. Da una parte gli Stati Uniti, dall’altra la Cina: due ecosistemi digitali sempre più separati e incompatibili che costringono governi e imprese a scegliere da quale parte stare. Nel mezzo, l’Europa rischia di pagare il prezzo più alto.
È il quadro delineato dallo studio The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World del BCG Institute, think tank di Boston Consulting Group, che analizza la competizione tra Washington e Pechino lungo sei fattori strategici: capitale, talenti, proprietà intellettuale, dati, energia e capacità di calcolo.
Gli Usa investono di più, ma la Cina cresce più velocemente
Sul fronte degli investimenti gli Stati Uniti mantengono un netto vantaggio. Dal 2023 le startup americane hanno raccolto circa 380 miliardi di dollari di venture capital legati all’intelligenza artificiale, contro i 39 miliardi delle aziende cinesi. Nel 2025 le prime venti Big Tech statunitensi hanno investito oltre 400 miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture di calcolo, cifra destinata a superare gli 800 miliardi nel 2026.
Ma Pechino sta seguendo una strategia diversa, che potrebbe rivelarsi altrettanto efficace. Invece di competere sulla quantità di investimenti, punta a ridurre drasticamente i costi e ad accelerare la diffusione dell’intelligenza artificiale nell’economia reale.
Il modello cinese Kimi K2.6 di Moonshot, ad esempio, ha un costo di appena 1,71 dollari per milione di token, contro gli 11,25 dollari richiesti da GPT-5.5, il modello americano di riferimento. Parallelamente la Cina è ormai il primo Paese al mondo per numero di brevetti nel settore dell’AI e produce circa un terzo delle pubblicazioni scientifiche più influenti a livello internazionale.
A rafforzare questa strategia contribuisce anche la scelta del governo cinese di imporre ai data center pubblici l’utilizzo esclusivo di chip nazionali, riducendo la dipendenza dai semiconduttori americani e accelerando lo sviluppo di alternative domestiche come Ascend di Huawei.
La vera forza della Cina è la velocità di adozione
Il vantaggio competitivo cinese non riguarda soltanto ricerca e brevetti. Il vero punto di forza è la rapidità con cui l’intelligenza artificiale viene adottata da imprese, cittadini e industria.
Secondo le stime del report, già nel secondo trimestre del 2026 la Cina elaborerà oltre la metà di tutti i token IA generati nel mondo, pur rappresentando appena il 17% della popolazione globale. Oltre l’85% dei cittadini cinesi ritiene inoltre che i benefici dell’intelligenza artificiale superino i rischi, quasi il doppio rispetto agli Stati Uniti.
Lo stesso approccio si riflette nella robotica industriale: nel 2024 la Cina ha installato il 54% di tutti i robot industriali venduti nel mondo, consolidando un vantaggio competitivo destinato ad aumentare la produttività del sistema manifatturiero.
Per l’Occidente la sfida è sempre più strategica
Secondo Nikolaus Lang, Managing Director e Senior Partner di BCG e coautore dello studio, “Il mondo dell’IA si sta biforcando: i modelli americani non funzionano in Cina e gli Usa stanno esaminando sempre più attentamente l’impiego di tecnologia cinese. Presto, perciò, i gruppi multinazionali dovranno decidere da che parte stare. Molti, probabilmente, dovranno adottare un’infrastruttura digitale in Cina e un’altra negli Usa, riducendo le sinergie».
Europa a rischio esclusione
Se la competizione vede protagonisti Stati Uniti e Cina, l’Europa appare sempre più in difficoltà.
Il principale laboratorio europeo, Mistral, vale circa un cinquantesimo di OpenAI e i suoi modelli risultano ancora indietro da tre a dieci mesi rispetto alla frontiera tecnologica.
Lang sottolinea: «L’Europa ha talenti e brevetti: è sempre forte nella ricerca ma lenta nello sfruttarla. C’è ancora tempo per creare un’alternativa ai modelli americani e cinesi e si può farlo in maniera più efficiente dal punto di vista dei capitali. La finestra di opportunità si sta però chiudendo rapidamente: nei prossimi 12-24 mesi si definirà quali Paesi saranno superpotenze digitali».
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