Ogni stagione di euforia finanziaria ha bisogno del suo presagio di sventura. E ogni volta che i mercati inciampano, anche solo per qualche seduta, ricompare il fantasma del Cigno Nero. È accaduto un anno fa con lo choc-dazi di Donald Trump, quando molti osservatori lessero nelle tensioni commerciali l’anticamera di un crash globale. Non andò così. Il commercio internazionale si adattò con una rapidità sorprendente, le imprese riorganizzarono filiere e forniture, e i mercati, dopo una breve correzione, ripresero la loro corsa. Oggi il copione sembra ripetersi. La brusca frenata dei titoli tecnologici e la spettacolare volatilità di SpaceX hanno alimentato la sensazione che il castello dell’intelligenza artificiale stia mostrando le prime vere crepe. Ma una correzione non è necessariamente il preludio di un collasso. Spesso è soltanto il prezzo da pagare quando le aspettative corrono più veloci della realtà. La domanda vera è un’altra: siamo davanti alle prove generali del Cigno Nero oppure a un salutare richiamo all’ordine dei fondamentali?
Una risposta convincente
La risposta più convincente è probabilmente quella suggerita dall’economista Guido Tabellini. L’economia reale continua a fornire argomenti robusti agli ottimisti. L’intelligenza artificiale non è una moda passeggera né una promessa senza sostanza. È una tecnologia generale destinata a modificare processi produttivi, modelli organizzativi e catene del valore. Tuttavia, come ogni rivoluzione industriale, richiede investimenti giganteschi prima di generare rendimenti pienamente visibili. Qui nasce il nervosismo degli investitori. I costi crescono rapidamente, la competizione si intensifica, i margini futuri sono ancora difficili da misurare e le valutazioni hanno incorporato una quota molto elevata di aspettative. La recente caduta dei titoli più esposti all’IA riflette proprio questo interrogativo: quanto tempo servirà affinché gli utili raggiungano le promesse implicite nei prezzi? È una domanda legittima. Ma è molto diversa dalla convinzione che ci si trovi di fronte a una gigantesca bolla destinata a esplodere. Le dot-com del Duemila erano spesso società prive di ricavi e talvolta persino di un modello di business. Oggi i protagonisti dell’IA sono colossi che generano flussi di cassa, investono, innovano e producono utili. La differenza non è marginale: è sostanziale.
L’euforia
Certo, l’euforia esiste. E sarebbe ingenuo negarlo. La parabola di SpaceX è diventata il simbolo di questa fase: una quotazione capace di salire verso valutazioni astronomiche e poi perdere centinaia di miliardi in pochi giorni, trascinata da dubbi sui ritorni dell’intelligenza artificiale e dalle preoccupazioni per una Federal Reserve più restrittiva. Gli investitori stanno riscoprendo una vecchia verità di Borsa: il futuro conta, ma non può essere prezzato all’infinito. Tuttavia, proprio qui si trova l’elemento che distingue il 2026 da altre stagioni speculative. Gli utili stanno crescendo a una velocità eccezionale, forse tra le più elevate degli ultimi decenni. In molti casi i profitti aumentano più rapidamente delle quotazioni, comprimendo i multipli invece di espanderli. È il motivo per cui numerosi analisti continuano a rivedere al rialzo le stime. In altre parole, accanto alla componente emotiva e alla paura di perdere il prossimo treno tecnologico, esiste una base reale che sostiene una parte importante delle valutazioni. I mercati stanno forse correndo troppo. Ma non stanno correndo nel vuoto.
Incognita geopolitica
Sul quadro finanziario pesa poi la grande incognita geopolitica. Dopo cento giorni di guerra tra Stati Uniti e Iran, l’accordo su Hormuz ha offerto ai mercati il primo autentico sospiro di sollievo. Il petrolio è sceso rapidamente e gli operatori hanno ricominciato a scommettere sulla normalizzazione dei flussi energetici. Ma sarebbe un errore confondere una tregua con una soluzione definitiva. Hormuz ha dimostrato di essere un punto vulnerabile del sistema energetico globale.
La domanda che accompagnerà i prossimi mesi non riguarda soltanto il prezzo del greggio. Riguarda soprattutto la velocità con cui l’inflazione potrà tornare sotto controllo e la capacità dell’economia mondiale di ridisegnare le proprie rotte energetiche. Se il costo dell’energia continuerà a scendere, le banche centrali avranno più spazio per allentare la pressione monetaria. Se invece le tensioni dovessero riaccendersi, la lotta contro l’inflazione potrebbe rivelarsi più lunga del previsto. E sarebbe proprio questo, più che l’intelligenza artificiale, il vero fattore di rischio per le Borse.
La volatilità
Per ora, dunque, il Cigno Nero resta all’orizzonte ma non sembra ancora in fase di decollo. I mercati stanno attraversando una fase di assestamento resa inevitabile dall’enorme concentrazione di capitali sul tema dell’IA, dai dubbi sui tempi di monetizzazione e dalle incertezze della politica monetaria americana. Sono elementi sufficienti a produrre volatilità, non necessariamente una catastrofe. Le grandi crisi nascono quasi sempre da squilibri nascosti, da debiti eccessivi, da fragilità sistemiche che il mercato ignora fino all’ultimo momento. Oggi, paradossalmente, il cuore della rivoluzione tecnologica appare patrimonialmente più solido di quanto fosse il sistema bancario alla vigilia del 2008. Per questo motivo, più che alle prove generali di un disastro, sembra di assistere a una verifica di maturità. Una verifica severa, forse dolorosa, ma necessaria. Perché la finanza, come la storia, non procede in linea retta. E ogni tanto ha bisogno di ricordare agli investitori che tra l’euforia e il panico esiste ancora una parola antica: prudenza.
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