Il rischio di un blocco dello Stretto di Hormuz riporta al centro dell’agenda economica globale il “collo di bottiglia” energetico più sensibile al mondo. Tra Iran e Oman transita una quota stimata attorno a un quinto del greggio consumato quotidianamente a livello globale, oltre a volumi rilevanti di Gnl provenienti in particolare dal Qatar. Un’interruzione, anche temporanea, ha effetti immediati su prezzi, noli marittimi e assicurazioni, con un impatto a cascata su inflazione e crescita. L’allarme è già scattato: le grandi compagnie stanno cercando di aggirare le zone rosse privilegiando spedizioni terrestri e vie alternative entro il Golfo che però non sostituiscono totalmente il mare. Esistono pipelines come l’East–West Pipeline saudita verso il Mar Rosso, con capacità limitata a pochi milioni di barili al giorno, oleodotti collegati ai terminal di Fujairah o Emirati che bypassano Hormuz ma coprono una frazione ridotta delle esportazioni complessive. Queste vie riducono la pressione sullo stretto ma non permettono di aggirare completamente il blocco.
L’impatto riguarda più fronti. Il primo canale di trasmissione è quello energetico. I flussi in uscita dai principali produttori del Golfo – dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti – alimentano le raffinerie asiatiche ed europee. In caso di blocco, parte dei volumi potrebbe essere deviata su oleodotti alternativi verso il Mar Rosso o il Mediterraneo, ma la capacità di by-pass resta limitata rispetto ai 17-20 milioni di barili al giorno che attraversano Hormuz. Il risultato può essere un premio al rischio sul Brent, con ripercussioni sui costi industriali e sui prezzi alla pompa.
Il secondo fronte è logistico. Le compagnie di navigazione sono costrette a ridisegnare le rotte, allungando i tempi di percorrenza e aumentando i costi di carburante. I premi assicurativi per le navi in transito in aree ad alto rischio stanno salendo rapidamente, come già visto in precedenti fasi di tensione nel Golfo. Per l’Europa, dipendente dal Gnl per compensare il calo delle forniture via tubo, la criticità rischia di essere doppia: meno molecole disponibili e maggiore competizione con l’Asia per accaparrarsi i carichi spot.
L’effetto domino può estendersi alle filiere manifatturiere. Petrolchimica, fertilizzanti e trasporti sono i comparti più esposti a uno shock energetico. Le imprese con contratti di fornitura indicizzati subiscono l’aumento dei costi in tempi rapidi; quelle con coperture finanziarie potrebbero attenuare l’impatto nel breve, ma non neutralizzarlo. Sul fronte macro, un nuovo impulso inflazionistico metterebbe sotto pressione le banche centrali, complicando il percorso di normalizzazione monetaria.
La reazione dei mercati finanziari segue una tipica dinamica “risk-off”: rafforzamento del dollaro, rialzo delle quotazioni energetiche e volatilità sugli indici azionari. Le economie importatrici nette di energia – dall’Europa all’India – vedranno deteriorarsi i saldi commerciali, mentre i Paesi esportatori beneficeranno di maggiori entrate, a condizione di poter mantenere operative le infrastrutture.
Nel medio termine, un blocco prolungato accelererebbe le strategie di diversificazione: più stoccaggi, contratti di lungo periodo sul Gnl, investimenti in rinnovabili e nucleare, oltre a nuove infrastrutture di collegamento che riducano la dipendenza dai cosiddetti choke point marittimi. Ma queste soluzioni richiedono anni. Nell’immediato, Hormuz resta un barometro geopolitico capace di misurare, in tempo reale, il costo economico delle tensioni in Medio Oriente.
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