Piazza Affari ha coronato una rincorsa lunga 26 anni superando questa settimana i massimi storici risalenti a prima della bolla dotcom. Milano ci arriva in ritardo se si considera che in questi anni sia gli indici di Wall Street che le Borse europee hanno ripetutamente aggiornato i loro record. Esiste però un elemento fondamentale spesso ignorato. Il Ftse Mib è un indice price return, ossia viene calcolato senza considerare i dividendi distribuiti. Un dettaglio non da poco visto che le blue chip di Piazza Affari sono tra le più generose in termini di remunerazione dei soci. Prendendo l’indice milanese nella sua versione total return, che ingloba anche i dividendi così come fa il Dax di Francoforte, la lettura storica del mercato italiano cambia e di molto. La serie storica che parte dal 2011 vede l’indice tricolore in versione total return segnare un rotondo +400% circa rispetto al +263% del Ftse Mib canonico. «Un investitore che avesse reinvestito costantemente quei flussi avrebbe recuperato molto prima il terreno perduto rispetto a quanto suggerisca il semplice grafico», rimarca Gabriel Debach, market analyst di eToro. Tornando alle performance del Ftse Mib, nei primi cinque mesi dell’anno è salito a doppia cifra dando seguito al +35% del 2025. Il tutto con un apporto decisamente limitato delle banche, che rappresentano il 37,5% dell’indice. Se nel 2024 e 2025 era stato proprio il settore del credito a fare da traino all’intero mercato tricolore, quest’anno la musica è diversa. Unicredit e Intesa Sanpaolo, che insieme pesano quasi il 27% dell’intero indice, segnano rispettivamente +3,6% e -2,4%. Il rally non è più pertanto una storia bancaria. In generale, tra le criticità per l’investitore che guarda al mercato italiano attraverso il Ftse Mib c’è indubbiamente la sua eccessiva concentrazione. I primi 10 titoli del Ftse Mib valgono circa il 71% della capitalizzazione complessiva. Questo significa che chi prende posizione su Milano attraverso fondi passivi che replicano il Ftse Mib non compra “l’Italia”, ma una manciata di grandi società.
Sull’esposizione al rischio di concentrazione, la differenza tra gestione passiva e attiva è netta. Un Etf offre semplicità, trasparenza e costi contenuti, ma accetta in pieno la struttura dell’indice e nel caso italiano significa che il peso di banche, utility e di pochi grandi titoli finisce per dominare il portafoglio. L’investitore passivo compra il mercato così com’è. La gestione attiva, invece, consente al gestore di ridurre il peso delle blue chip più affollate e di cercare opportunità su titoli di seconda fascia. Questo introduce un’altra variabile rappresentata dalla capacità del gestore di creare extra-rendimento; da quello che emerge dai dati Morningstar sull’azionario Italia sono solo tre i fondi attivi che nell’ultimo anno sono riusciti a battere i passivi.
Il Lemanik High Growth primeggia con un ritorno complessivo di oltre il 36% negli ultimi 12 mesi, circa otto punti percentuali meglio rispetto all’indice Ftse Mib nello stesso arco di tempo. Tra i gestori attivi anche l’Axa World Funds Italy Equity (+31,5%) e l’Allianz Azioni Italia All Stars (+30,7%) hanno fatto meglio dell’indice guida milanese.
Spulciando dentro i fondi sull’Italia si capisce subito che per generare Alpha, ossia fare meglio del mercato di riferimento, i gestori attivi si discostano anche di molto rispetto ai rapporti di forza in Piazza Affari, inserendo anche azioni che non fanno parte del Ftse Mib. Nel caso del Lemanik High Growth a fine aprile il titolo Danieli spiccava come il secondo di maggior peso con il 7,05% e anche Erg (5%) risultava tra le prime 10 partecipazioni. Anche lo spaccato settoriale risulta ben differente con le banche al 19% circa, seguite dal tech con il 14%. «Per generare alpha adottiamo un approccio bottom up basato sui fondamentali – racconta a Moneta Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth – con la volontà di stare su quelle storie con più valore; così ad oggi risultano quasi del tutto assenti su settore oil «poiché riteniamo che le attuale valutazioni scontino uno scenario abbastanza tirato a livello macro e di quotazioni del petrolio; allo stesso tempo siamo molto più selettivi sulle banche, con un’esposizione molto residuale sulle due big Intesa e Unicredit». Bassa l’esposizione anche sulle utility, secondo maggior settore del Ftse Mib. Di contro risulta molto più alta l’esposizione su ciclici come i semiconduttori e anche sull’automotive. «Tra nuovi modelli annunciati, somma delle parti e accordi con produttori cinesi riteniamo che ci sia valore inespresso in Stellantis», argomenta Scauri.
Passando agli Etf, oltre a quelli che si rifanno al Ftse Mib, ci sono anche cloni come l’Amundi Ftse Italia Pmi Pir 2020 Etf che prende posizione sul segmento delle piccole e medie imprese italiane, con 74 titoli e un’allocazione decisamente differente con l’industria che domina (25%) insieme ai i beni ciclici (21%) e quasi zero banche.
Non va dimenticato che per un’allocazione azionaria limitata alla sola Piazza Affari «è una scelta ad alta convinzione, non una strategia core di portafoglio. Il Ftse Mib può avere senso come posizione satellite (5-15% del portafoglio) per chi vuole esposizione equilibrata al mercato domestico», osserva Lorenzo Demaria, country manager Italia di justETF, che ricorda come chi detiene già un Etf sull’MSCI World ha già una quota di Italia in portafoglio (l’Italia pesa circa l’1% dell’indice globale).
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