Dopo aver dominato la scena nell’ultimo biennio, l’oro si riscopre vulnerabile vivendo il peggior trimestre degli ultimi tredici anni. In tre mesi le quotazioni sono andate giù del 13% circa allontanandosi ulteriormente rispetto ai massimi storici di gennaio (a ridosso dei 5.600 dollari l’oncia). Rispetto ai picchi di inizio 2026, il lingotto ha visto dilapidarsi quasi un quarto del proprio valore e ora fatica a mantenere la soglia psicologica dei 4.000 dollari. A ben vedere per un investitore di lungo periodo non è così preoccupante visto che a inizio 2024 l’oro valeva esattamente la metà. Sta di fatto che si è interrotto il magic moment del metallo più prezioso, complice soprattutto il ribaltamento delle prospettive a livello di tassi di interesse a cui si associa anche il ritorno della forza del dollaro dopo il brusco dietrofront del 2025 che aveva agito da assist ulteriore al rally. Le aspettative di una Federal Reserve restrittiva e il rialzo dei rendimenti obbligazionari riducono l’appeal di un asset che non distribuisce cedole né dividendi. «Una Fed più restrittiva e un contesto di tassi più alti più a lungo fanno salire i rendimenti limitando il potenziale di rialzo e creando rischi di ribasso a breve termine», argomentano gli esperti di Unicredit che nel loro update trimestrale hanno ritoccato al ribasso l’intervallo di previsione sui prezzi dell’oro, che adesso è di 4.100-4.700 dollari per la seconda metà dell’anno.
L’arrivo di Kevin Warsh alla guida della Fed è stato una doccia fredda per chi si aspettava toni accomodanti dall’uomo scelto da Donald Trump per una nuova era della banca centrale statunitense. L’impennata dell’inflazione rimane il principale nemico da combattere come sottolineato da Warsh anche in occasione del Forum di Sintra. «Ci siamo guardati intorno e abbiamo constatato che i prezzi sono troppo alti», ha candidamente ammesso Warsh nel suo intervento in Portogallo; parole che avallano la tesi di almeno una stretta sui tassi da qui a fine 2026, anche se la debole tornata di dati sul mercato del lavoro Usa di giugno ha in parte smorzato tali attese ridestando i buy su oro e cripto.
Il destino dell’oro appare quindi legato a doppio filo all’andamento dell’inflazione. «Il rallentamento del prezzo del petrolio, favorito dall’allentamento delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente potrebbero favorire una stabilizzazione e una ripresa dell’oro nei prossimi mesi», è l’indicazione di Luigi Pedone, strategist dell’Ufficio Studi di Banca Finint, che vede ancora ben presenti alcuni fattori di sostegno strutturale quali gli acquisti delle banche centrali, in particolare nei Paesi emergenti e in Cina nel processo di diversificazione delle riserve valutarie e la domanda di maggior protezione contro i rischi geopolitici.
A passarsela peggio è certamente il Bitcoin, per anni indicato da alcuni come candidato a diventare la versione digitale dell’oro e che ad oggi paga a sua volta le ricadute del rialzo dei rendimenti, a cui si aggiunge anche il travaso di liquidità risk-on dall’universo cripto verso lidi attualmente più ricchi di appeal come la nuova ondata di investimenti sui titoli legati all’intelligenza artificiale o la maxi-Ipo di SpaceX. Il Bitcoin annaspa così sui minimi dal settembre 2024, a livelli più che dimezzati rispetto ai picchi storici in area 126mila toccati lo scorso autunno. Nei giorni scorsi è arrivata la sforbiciata delle previsioni da parte di Citigroup che ha drasticamente ridotto il target a 12 mesi per la criptovaluta portandolo da 112.000 a 82.000 dollari (ridotta anche la previsione sull’Ethereum da 3.175 a 2.240 dollari) a causa di tre principali elementi di frizione: l’indebolimento dell’appetito degli investitori, i flussi negativi sugli Etf e la mancanza di progressi sulla legislazione statunitense sugli asset digitali. La casa d’affari statunitense ha azzerato le stime di afflussi netti sugli Etf rispetto ai 10 miliardi indicati in precedenza e ad oggi vede un’adozione più ampia da parte degli investitori in standby fino a quando non emergerà un nuovo catalyst significativo. Oltre alle condizioni macroeconomiche restrittive che si prospettano, un elemento chiave per la valuta digitale è rappresentato dalle dinamiche degli Etf. I forti afflussi di marzo-aprile si sono invertiti negli ultimi due mesi. Da Unicredit rimarcano comunque come il Bitcoin presenti fondamentali a medio termine favorevoli (riduzione dell’offerta post halving, adozione istituzionale e regolamentazione)».
La debolezza simultanea di oro e Bitcoin può essere interpretata a prima vista come un verdetto negativo sulla tesi della “riserva di valore”. Nel concreto però entrambi gli asset stanno correggendo per una stessa ragione ciclica, ossia un repricing restrittivo in ambito di politica monetaria. «L’oro non va più letto esclusivamente come classico bene rifugio, capace di fornire automaticamente protezione ogni fase di risk-off, ma in un ruolo più ampio di diversificazione strategica. In un’ottica di portafoglio, ha senso quindi detenere un’esposizione core», rimarca André Dragosch, head of Research per l’Europa di Bitwise, che invece reputa il Bitcoin, più che una alternativa all’oro, un asset che si presenta più volatile e meno adatto a fornire hedging di portafoglio.
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