Chi semina innovazione raccoglie futuro. Ormai lavorare nei campi restando al passo coi tempi significa avere a che fare con robot, sensori, droni e sofisticati sistemi di intelligenza artificiale. Cambiano infatti i tempi e le tecnologie, ma non il cuore di un settore che rappresenta una vera e propria eccellenza tutta Made in Italy. Secondo il primo censimento europeo sulla maturità digitale delle aziende agricole effettuato dal Polo innovazione Agricoltura Digitale di Coldiretti Next, entro il 2030 un’azienda agricola italiana su cinque adotterà strumenti di gestione direttamente basati sull’intelligenza artificiale. E otto imprese agricole tricolori su dieci sono pronte a investire nella digitalizzazione nei prossimi anni. Il grande avanzamento in tal senso avverrà soprattutto grazie alla sensibilità delle nuove generazioni, che dimostrano di aver compreso tutte le potenzialità di questi strumenti tecnologici. La direzione è dunque tracciata, con l’obiettivo strategico prefissato di arrivare a una piena modernizzazione del settore. «L’innovazione non è più un’opzione ma una condizione necessaria per stare sul mercato», spiega al riguardo Alessandro Apolito (in foto), capo area innovazione e digitalizzazione di Coldiretti, organizzazione attivamente impegnata nell’accompagnare e sostenere le imprese agricole in questo fondamentale avanzamento.
Apolito, oggi l’innovazione è diventata centrale anche in agricoltura. È davvero una svolta o siamo ancora in una fase iniziale?
«L’intera storia dell’agricoltura è in realtà contrassegnata da una continua innovazione, che ha segnato da millenni l’evoluzione umana. Pensiamo solo a qual è stato, più recentemente, l’impatto del trattore sull’umanità: grazie a questa macchina abbiamo potuto coltivare cibo per miliardi di persone. Un cambiamento epocale, frutto dell’innovazione e della tecnologia applicate alle più tradizionali mansioni agricole».
Quale sarà il trattore del 2030?
«L’innovazione non è più un’opzione ma una condizione necessaria per stare sul mercato. Le aziende agricole italiane lo stanno capendo, ma c’è anche grande confusione. Oggi otto aziende su dieci sono pronte a investire in digitalizzazione nei prossimi anni, ma devono capire esattamente su cosa. Noi vogliamo accompagnare questo cambiamento, per poter sostenere il cibo sano, la salute delle persone e il reddito degli agricoltori».
Quanto pesa questa evoluzione in un contesto segnato da cambiamenti climatici e tensioni internazionali?
«Pesa moltissimo, direi che è decisiva. Oggi gli agricoltori si trovano ad affrontare sfide senza precedenti: eventi climatici estremi, scarsità idrica, aumento dei costi energetici e difficoltà nelle catene di approvvigionamento legate anche ai conflitti in corso. In questo scenario, l’innovazione rappresenta uno dei principali fattori di resilienza. Permette di ottimizzare l’uso delle risorse, ridurre gli sprechi, migliorare la produttività e contenere i costi. Senza tecnologia diventa difficile reggere l’impatto di queste crisi, mentre con strumenti avanzati è possibile adattarsi e continuare a produrre. E in questo senso, anche la ricerca è fondamentale. Basti pensare alle Tea, uno strumento necessario per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici, consentendo di sviluppare varietà più resistenti alla siccità e alle malattie, riducendo al contempo l’utilizzo di acqua, fertilizzanti e agrofarmaci. Le nuove tecniche genomiche non hanno nulla a che fare con i vecchi Ogm transgenici, ma permettono di riprodurre in modo mirato i meccanismi della selezione naturale per rispondere alle crescenti sfide ambientali e al contempo, migliorare l’efficienza del modello produttivo».
Cosa significa, concretamente, fare agricoltura digitale al giorno d’oggi?
«Significa adottare un approccio integrato che utilizza tecnologie come sensori, droni, intelligenza artificiale e sistemi di monitoraggio per gestire l’azienda in modo più preciso. Parliamo di “agricoltura predittiva” che, ad esempio, attraverso irrigazione intelligente, gestione dei fertilizzanti basata sui reali fabbisogni del terreno, analisi dei dati meteo, permette di prevenire stress idrico o fitopatie. È un’agricoltura di precisione che consente di produrre di più utilizzando meno risorse. Questo ha un doppio vantaggio perché da un lato riduce l’impatto ambientale e dall’altro migliora la sostenibilità economica delle imprese. ».
Coldiretti ha sviluppato strumenti concreti per accompagnare questo processo. Qual è il contributo di Demetra?
«Demetra è uno degli strumenti più avanzati che abbiamo messo a disposizione delle aziende. È una piattaforma digitale che consente di gestire l’impresa agricola in modo semplice e immediato, anche semplicemente da smartphone. Permette di calcolare i costi di produzione, monitorare lo stato delle colture, avere dati aggiornati su meteo e terreni, ricevere alert in tempo reale e gestire anche gli adempimenti burocratici. Per accompagnare le imprese, come Coldiretti abbiamo creato il Polo dell’innovazione per l’agricoltura digitale, con 800 persone sul territorio che hanno già incontrato le prime 10 mila imprese per un censimento sulla loro maturità digitale. Siamo i primi in Europa a realizzare un progetto di queste dimensioni».
Ci sono settori più avanti di altri in questo percorso?
«Sì, alcuni comparti stanno correndo più velocemente. Il vino e l’ortofrutta, ad esempio, sono tra i più dinamici. Nel vino l’innovazione è già molto diffusa, sia in vigna che in cantina, per migliorare qualità e gestione delle produzioni. Nell’ortofrutta, invece, la spinta arriva dalla necessità di ottimizzare l’uso di acqua, energia e input produttivi. Sono esempi concreti di come l’innovazione possa rispondere a esigenze reali e diventare un fattore competitivo».
Quanto conta la formazione in questo processo di trasformazione?
Conta tantissimo, perché senza competenze non c’è innovazione. Le nuove tecnologie richiedono figure professionali in grado di utilizzarle e interpretarle. Per questo Coldiretti sta investendo molto nella formazione, soprattutto dei giovani. L’agricoltura 5.0 apre nuove opportunità occupazionali e richiede profili sempre più qualificati. È una sfida ma anche una grande occasione per rendere il settore più attrattivo e moderno.
Innovazione e sovranità alimentare sono sempre più legate.
«Assolutamente sì. In un contesto globale instabile, la capacità di produrre in modo efficiente e sostenibile diventa strategica. L’agricoltura è una infrastruttura strategica di difesa e come tale richiede investimenti anche per l’innovazione. Così si può garantire la sicurezza e la sovranità alimentare nazionale, che abbiamo scoperto quanto siano fragili in momenti di tensione come con i conflitti o con il Covid».
Qual è la sfida principale per i prossimi anni?
«La sfida sarà rendere l’innovazione accessibile a tutte le aziende agricole, evitando che resti patrimonio di pochi. Servono politiche di sostegno, investimenti e una visione chiara che riconosca il ruolo strategico dell’agricoltura. Noi vogliamo guidare un percorso di digitalizzazione anche per combattere la burocrazia, semplificare la vita ai nostri soci. In questa chiave i dati delle imprese potranno essere la “moneta” di scambio con cui semplificare tutti i processi. L’Italia può essere all’avanguardia».
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