I disastri ambientali sono una iattura per i territori, per le comunità che ci vivono, per il Paese intero che deve provvedere alla bonifica e al ripristino delle condizioni più eque di vita in salute. E poi i disastri ambientali sono letali per le aziende che li provocano, poiché i costi di bonifica e ripristino ricadono interamente sull’impresa che li ha determinati, con importi che oscillano tra 200 mila e 4 milioni di euro, con punte ben superiori nei casi di contaminazione della falda.
Fallimenti
Si stima che tra il 2006 e il 2023 siano fallite circa 20 mila imprese proprio a causa di questi costi. Eppure, solo lo 0,89% delle aziende italiane è coperto da una polizza per la “responsabilità ambientale”. Il dato è stato diffuso in questi giorni dall’Osservatorio Pool Ambiente, consorzio di coassicurazione che opera in Italia dal 1979, costituitosi pochi anni dopo la tragedia di Seveso (10 luglio 1976), l’evento di inquinamento ambientale che ha cambiato la sensibilità sul tema, ma ancora – cinquant’anni dopo – non ha modificato l’abitudine delle aziende.
L’incidente di Seveso
I meno giovani ricorderanno l’Icmesa, l’azienda svizzera con stabilimento a Meda a due passi da Seveso, due Comuni del profondo Nord milanese, nel cuore della Brianza operosa fino allo stacanovismo. E ricorderanno la diossina, un feroce inquinante che fuoriuscì dallo stabilimento, quel 10 luglio di cinquant’anni fa, dove si producevano diserbanti e battericidi. E ricorderanno i bambini colpiti da dermatosi, i campi cintati e impediti all’accesso, i circa 700 cittadini evacuati e per dieci anni obbligati a vivere fuori casa. Un disastro che costò alla Givaudan, la società proprietaria di Icmesa, la somma di 103 miliardi e 634 milioni di lire (circa 320 milioni di euro).
Costi proibitivi
Non tutte le imprese sono in grado di sopportare costi del genere. E quando l’impresa non è in grado di farvi fronte, il peso passa alla collettività: il Rapporto Ispra 424/2025 ha censito 484 siti orfani – quelli in cui il responsabile non è individuabile o non provvede – già destinatari di 500 milioni di euro di fondi pubblici, in parte provenienti dal Pnrr.
Il rapporto
Il valore potenziale del mercato delle bonifiche in Italia è stimato tra 43 e 92 miliardi di euro (dal primo Rapporto sui Mercati delle bonifiche), di cui 29,5 miliardi di competenza privata. Una passività enorme che, in assenza di copertura assicurativa, rischia di trasformarsi in un costo per le finanze pubbliche.
«I dati della rilevazione – commenta l’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione, che ha condotto l’analisi per conto del Pool – evidenziano una crescente attenzione delle imprese verso gli strumenti assicurativi a copertura dei rischi ambientali. Tuttavia, la diffusione di queste polizze è ancora molto bassa. Per questo è importante proseguire nel rafforzamento della cultura della prevenzione e della gestione di questi rischi, anche alla luce della crescente esposizione del sistema produttivo italiano ai fenomeni naturali estremi. L’esperienza maturata sul fronte delle coperture cat-nat dimostra, infatti, la necessità di sviluppare soluzioni strutturate per proteggere in modo più efficace le imprese, riducendo, nel tempo, l’impatto economico dei danni sul tessuto produttivo e sulla finanza pubblica».
Gestione del rischio evoluta
Un modello condiviso anche dall’Associazione Italiana Brokers di Assicurazione e Riassicurazione (Aiba). «L’evoluzione normativa, i criteri Esg, così come un’attenzione e pressione crescenti degli stakeholder stanno oggi orientando le aziende verso modelli di gestione del rischio sempre più evoluti e responsabili», sostiene Flavio Sestilli, presidente di Aiba.
Ogni anno, in Italia, si verificano più di 1.000 casi di danno ambientale provocati dalla scarsa manutenzione (52%) e dall’errore umano (17,1%). Due cause di danno su cui, senza dubbio, si può facilmente intervenire per riuscire a ridurre in modo drastico – e in molti casi con investimenti nell’ordine delle poche migliaia di euro – il numero e la gravità degli incidenti.
La scarsa propensione alla copertura assicurativa contro i danni ambientali si inserisce nella cronica sottoassicurazione del Paese. Qualcosa sta cambiando, poiché il 2023, ultimo anno con dati consolidati (per avere dei dati affidabili dal punto di visto tecnico e attuariale, occorre aspettare due anni da quando si verificano i sinistri per la complessità di questa tipologia di danni), segna il salto più alto della serie storica: +32,6% di polizze sottoscritte (da 6.558 a 8.696), ben oltre la crescita del biennio precedente (+6,4% tra 2021 e 2022). Tra i settori più assicurati troviamo quello dei rifiuti (22,62%), grazie anche all’obbligo di legge, introdotto nel 1999 dalla Regione Veneto. E poi, tra le aree settoriali più coperte contro i danni all’ambiente, registriamo il chimico (14,08%) e il petrolifero (6,55%). In fondo alla classifica per settori produttivi c’è il turismo.
Estendendo, a livello regionale e territoriale, l’analisi circa la diffusione delle polizze per danni all’ambiente scopriamo come il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, rispettivamente con 2,11% e 1,11% (davanti a Lombardia, Basilicata e Umbria), guidino la classifica delle Regioni più virtuose. Fanalino di coda la Campania con lo 0,42%.
L’esperienza del veneto
«In Italia manca ancora una cultura assicurativa ambientale matura – afferma Tommaso Ceccon, presidente di Pool Ambiente – L’esperienza del Veneto dimostra che strumenti normativi mirati producono risultati concreti e misurabili: con un tasso di incidenza del 2,11%, più del doppio della media nazionale, quella regionale è la prova che il modello funziona e può essere replicato. Auspichiamo che questa convergenza venga colta con determinazione, nell’interesse delle imprese che chiedono certezza sulla gestione del rischio ambientale, dei cittadini che vivono nei territori esposti alla contaminazione, delle finanze pubbliche che oggi ne sostengono i costi, e degli obiettivi di zero inquinamento che l’Unione Europea ha posto al centro del Green Deal».
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