Le famiglie italiane continuano a fare i conti con un costo dell’energia elettrica strutturalmente più elevato rispetto ai mercati extra-europei, scontando il peso di un’architettura tariffaria condizionata da regole e vincoli continentali. Nel secondo trimestre del 2026, il prezzo medio dell’elettricità per uso domestico nel nostro Paese si è attestato a 34,5 centesimi di euro per kilowattora. La rilevazione considera la bolletta finale complessiva pagata dai consumatori (comprensiva di oneri e componenti fiscali) e non soltanto il costo della materia prima all’ingrosso. Un dato che posiziona la Penisola al quinto posto assoluto a livello globale per prezzo nominale, come emerge dalle ultime analisi sui dati di mercato curati da Global Petrol Prices e rielaborati dalle piattaforme di comparazione tariffaria come Segugio.it.
Il prezzo medio sostenuto in Italia risulta pari a circa 2,29 volte la media mondiale, fissata a 15,1 centesimi per kilowattora. La graduatoria mostra tuttavia chiaramente come la morsa dei costi sia un problema prevalentemente europeo e legato ai rigidi paletti della transizione ecologica imposti da Bruxelles: a precedere l’Italia per prezzo nominale ci sono infatti Paesi Ue o dell’area europea come l’Irlanda (42,6 centesimi), il Belgio (37,4 centesimi) e la Germania (35,6 centesimi), oltre a Bermuda (38,8 centesimi). All’estremo opposto della rilevazione si collocano invece mercati come Cuba, dove un kilowattora costa circa 0,51 centesimi di euro, e l’Etiopia, a quota 0,64 centesimi.
La centralità del blocco continentale nel determinare i prezzi emerge anche restringendo l’analisi al perimetro del G20. Nel gruppo delle principali potenze mondiali, solo la Germania registra una tariffa superiore a quella italiana, mentre il Regno Unito segue a breve distanza con 32,4 centesimi per kilowattora. Rispetto alla media del G20 (16,3 centesimi al kWh), la cifra italiana corrisponde a circa 2,11 volte il valore medio, risentendo del divario storico di sovranità energetica che penalizza il nostro tessuto produttivo.
Il confronto con le grandi economie extra-UE evidenzia quanto la regolamentazione pesi sulla competitività. Se in Francia il nucleare frena il prezzo a 23,3 centesimi per kilowattora, negli Stati Uniti il costo medio si ferma ad appena 18,3 centesimi (l’89% in meno rispetto all’Italia). Il divario si fa abissale con i Paesi emergenti e non vincolati dalle politiche green europee: in Cina l’elettricità costa 6,7 centesimi, in Turchia 6,6 e in India 6,3 centesimi per kilowattora.
Il quadro si riequilibra parzialmente quando i prezzi vengono ponderati per il reale potere d’acquisto. Convertendo i dati in International Dollar sulla base dei coefficienti della Banca Mondiale, l’Italia scende dal quinto al sedicesimo posto nella classifica mondiale (56,5 centesimi al kWh). Pur rimanendo al secondo posto nel G20 dietro al Sudafrica (61,0 centesimi), il dato ridimensiona il peso reale delle tariffe rispetto alla ricchezza del Paese, confermando la necessità di proseguire sulla strada dell’indipendenza energetica e del taglio dei costi di sistema.
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