Intesa Sanpaolo torna a leggere il mercato dell’arte con l’ambizione di interpretarne non solo i numeri, ma anche le trasformazioni strutturali. La quarta edizione della ricerca Collezionisti e valore dell’arte in Italia 2026, presentata a Milano da Intesa Sanpaolo Private Banking insieme alla Direzione Arte, Cultura e Beni Storici e al Research Department del gruppo, si conferma come uno degli osservatori più solidi sul collezionismo nazionale, offrendo una fotografia aggiornata di un settore sempre più intrecciato con le dinamiche del lusso e della gestione patrimoniale.
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Il dato di partenza è apparentemente rassicurante: nel 2025 il fatturato globale dell’arte cresce del 4% rispetto al 2024. Ma dietro questa progressione si cela una trasformazione più profonda. Il mercato resta sotto i livelli del 2023 e, soprattutto, cambia pelle. Le tensioni geopolitiche, i dazi, le guerre e un contesto finanziario segnato dall’inflazione hanno spinto i collezionisti verso una logica difensiva, privilegiando opere storicizzate, di qualità museale e con una provenienza impeccabile. In questo scenario, i confini tra arte e beni di lusso diventano sempre più sfumati, ridefinendo le logiche di allocazione del capitale.
Non è un caso che la ripresa degli scambi nella seconda metà del 2025 sia stata trainata da capolavori provenienti da collezioni di altissimo profilo, come quella di Leonard Lauder per l’arte moderna e dei coniugi Sanders per la pittura antica. Tuttavia, la ripresa non è stata uniforme. I segmenti più esposti alla volatilità hanno registrato contrazioni significative: l’ultracontemporaneo cede il 39%, il contemporaneo il 12,3% e il dopoguerra il 17,7%. All’opposto, si rafforzano comparti tradizionalmente più stabili: l’arte moderna cresce del 19,4%, mentre l’impressionismo segna un balzo dell’80,4%, sostenuto anche da vendite record come quelle delle opere di Gustav Klimt, tra cui il Ritratto di Elisabeth Lederer. Ancora più sorprendente è la performance degli Old Masters, che mettono a segno un incremento del 68,7%, raggiungendo i 282,5 milioni di dollari, un livello vicino ai picchi del 2015.
Il quadro che emerge è quello di un mercato più selettivo, dove il valore culturale torna a essere determinante nella formazione del prezzo. In parallelo, si registra il ridimensionamento drastico degli NFT, che perdono il 90% del valore accumulato negli ultimi cinque anni, segnando la fine di una fase fortemente speculativa.
Se lo scenario internazionale evidenzia una crescente polarizzazione, la fotografia dei collezionisti italiani restituisce invece un’immagine di maturità e coerenza strategica. La survey condotta su 303 collezionisti, tra le più ampie in Europa e realizzata in collaborazione con Artissima, mostra un approccio strutturato, orientato al lungo periodo. L’interesse si concentra prevalentemente sull’arte contemporanea, con una significativa presenza di artisti nati dopo il 1945, ma senza rinunciare a incursioni nell’arte moderna e nel post-war.
Le collezioni si distinguono per ampiezza e costruzione progressiva, segno di un’attività che si alimenta nel tempo attraverso studio, selezione e continuità. Non si tratta di acquisti episodici, ma di veri progetti culturali e patrimoniali, spesso caratterizzati da una forte attenzione alla produzione italiana, che resta predominante nelle raccolte.
Dal punto di vista economico, il collezionismo italiano si colloca su livelli medio-alti. Il 30% degli intervistati dichiara di aver superato almeno una volta i 500.000 euro per una singola opera, mentre il 18% ha oltrepassato la soglia del milione. Anche il valore complessivo delle collezioni riflette questa capacità di spesa: il 55% si colloca tra i 100.000 e 1.000.000 di euro, mentre un ulteriore 18% supera il milione. Numeri che confermano come l’arte sia sempre più integrata nelle strategie di diversificazione patrimoniale.
Eppure, la ricerca insiste su un punto cruciale: il valore di una collezione non si esaurisce nella sua dimensione economica. Entrano in gioco fattori simbolici, identitari e affettivi, che contribuiscono a definire il senso stesso del collezionare e la sua trasmissione nel tempo.
In questo contesto, si amplia il perimetro degli asset considerati “collezionabili”. Accanto alle opere d’arte cresce l’interesse per design, libri, gioielli, orologi, antiquariato e segmenti più trasversali come vino, distillati, auto d’epoca, memorabilia sportiva e moda. Il collezionismo assume così una dimensione sempre più eclettica, dove estetica, rarità e narrazione si fondono, riflettendo un cambiamento più ampio nei modelli di consumo culturale.
Non meno rilevante è il tema della rappresentanza. La presenza di artiste donne e di artisti non occidentali resta limitata, ma emergono segnali di apertura. Una parte dei collezionisti dichiara un aumento delle acquisizioni di opere realizzate da donne nell’ultimo decennio, indicando un’evoluzione in linea con le tendenze internazionali, dove la diversità diventa un fattore sempre più rilevante nella costruzione del valore.
Infine, il report richiama l’attenzione sul ruolo del patrimonio privato e delle dimore storiche, interpretate come luoghi di conservazione ma anche come strumenti di trasmissione identitaria. Il passaggio generazionale si configura come uno snodo cruciale, in cui si intrecciano dimensione affettiva, responsabilità economica e visione strategica.
In questo scenario, Intesa Sanpaolo rafforza il proprio posizionamento come attore non solo finanziario ma anche culturale, valorizzando le proprie collezioni e il progetto delle Gallerie d’Italia, e sviluppando servizi di Art Advisory capaci di integrare competenze artistiche e patrimoniali. Un segnale chiaro di come, nell’economia contemporanea, l’arte non sia più soltanto un bene rifugio, ma un asset complesso, in cui valore economico e valore culturale tornano a coincidere.
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