«In questi ultimi anni siamo rimasti incastrati in una singolare paralisi dell’immaginazione. È una paralisi che non riguarda soltanto i consigli di amministrazione delle multinazionali, terrorizzati all’idea di perdere visibilità, ma le nostre stesse vite. Esistere al di fuori del recinto digitale, o anche solo tentare di rifiutare l’ossessiva dittatura della presenza quotidiana, ci appare impensabile». È da questa premessa da cui parte Offline. Il potere dell’Intelligenza Artigianale, nell’era degli algoritmi (Franco Angeli, 120 pagine, 19 euro) di Diego Fontana, una rassegna della diserzione digitale attraverso le storie di aziende, marchi e attività che – nell’epoca della connessione a ogni costo – hanno deciso di seguire la strada opposta e l’hanno trasformata in una delle chiavi del loro successo. L’autore ricorda: non si tratta di esempi perfettamente replicabili, «sono tutti a loro modo delle eccezioni assolute». Ma smontano comunque il mito che «fuori dal recinto dell’algoritmo esista solo l’irrilevanza». Nel volume, nessun decalogo di marketing offline, nessun irrealistico istinto luddista, ma tanti «Salmoni del dubbio»: domande e spunti per spingere chi legge a riflettere e a chiedersi cosa prendere da ogni singola esperienza per ottenere uno strumento o uno spunto da applicare al proprio caso.
Ecco quindi il Berghain di Berlino, uno dei club tecno più famosi del mondo, che non comunica sui social e vieta di fare foto al suo interno applicando un adesivo sulla fotocamera del cellulare dei pochi che, dopo una lunga coda, vengono ammessi all’interno. O la cantina Giuseppe Rinaldi e l’azienda agricola Valentini, digitalmente inaccessibili. E ancora, una multinazionale come Lush, che nel 2021 ha lasciato Facebook e Instagram, e il ristorante americano The Lost Kitchen dove si può prenotare solo spedendo la vecchia, cara, quasi dimenticata cartolina.
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