Tra i temi caldi al centro del Forum Moneta anche quello dell’energia, cardine da cui dipendente la crescita del Paese. Sul palco sono così saliti i numeri uno delle più grandi imprese del settore, ovvero Terna, Enel, Edison e Snam. Oltre che all’amministratore delegato di Cdp, che ha un ruolo chiave nel comparto.
Nessuno vince da solo, nemmeno in ambito energetico dove è ormai chiaro che a essere competitivo può essere solo un mix di tecnologie e non la miope adesione a un unico modello. Le rinnovabili, il gas, l’elettrico, il petrolio non bastano da soli, ma diventano vincenti insieme soprattutto in un Paese, come l’Italia, che ha poche risorse proprie.
«Non più transizione, dunque, ma un’integrazione energetica». La differenza, nelle parole dell’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi, è sostanziale: per garantire sicurezza degli approvvigionamenti e competitività all’industria, «l’Europa deve partire dai consumi reali e mettere insieme tutte le fonti e le tecnologie disponibili». Rinnovabili e gas, reti elettriche e infrastrutture di trasporto, stoccaggi e, in prospettiva, nuovo nucleare. Un sistema complesso, che richiede investimenti di lungo periodo e coordinamento.
Per Scornajenchi il punto di partenza è distinguere tra energia ed elettricità. «Nella comunicazione spesso si fa confusione, si confonde energia con elettricità, pensando che siano la stessa cosa». Nei numeri richiamati dal manager, l’Italia consuma circa 1.300 terawattora di energia all’anno per tutti gli usi, dai trasporti al riscaldamento, mentre i consumi elettrici sono intorno ai 300 terawattora.
Il divario aiuta a capire la dimensione della sfida. L’elettricità deve essere prodotta e, nel sistema italiano, il gas continua ad avere un peso rilevante. Le rinnovabili, precisa il ceo di Snam, «vanno benissimo» ed è importante svilupparle, aumentandone la capacità e semplificando le autorizzazioni. Ma non si può immaginare che il cambiamento avvenga da un giorno all’altro, tanto più mentre si affacciano nuove fonti di domanda, come i data center e l’AI. Da qui l’invito ad abbandonare un dibattito nel quale «c’è un vincitore e un vinto, un buono e un cattivo». Per Scornajenchi, l’errore europeo è stato discutere degli scenari futuri senza considerare abbastanza quanto gas continuasse a essere consumato nel presente.

Il cambio delle rotte di approvvigionamento seguito alla crisi del gas russo ha mostrato il valore delle infrastrutture. Il ceo cita il Tap, il gasdotto che porta in Puglia il gas proveniente dall’Azerbaigian, e le navi rigassificatrici. La sicurezza, però, non dipende soltanto dalle vie attraverso cui arriva il gas. Occorrono anche riserve adeguate e, soprattutto, una strategia europea coordinata. «Abbiamo gli stoccaggi al 90%, condizione necessaria ma non sufficiente», avverte Scornajenchi. L’Europa è un sistema interconnesso e «un problema in Germania è un problema anche da noi. In futuro, dunque, l’Europa dovrà coordinarsi sugli stoccaggi».
Il presidio sulla sicurezza degli approvvigionamenti va a braccetto con chi lavora affinché l’elettricità prodotta dalle diverse fonti possa raggiungere famiglie e imprese. «Vent’anni fa la rete era prevalentemente centralizzata e contava circa 800 punti di immissione, legati soprattutto a centrali termoelettriche; oggi i punti di immissione sono circa due milioni, in gran parte da fonti rinnovabili», spiega l’ad di Terna Pasqualino Monti. «Investire nella rete per consentire di trasportare questa energia da dove viene prodotta a dove viene consumata è un elemento centrale della nostra politica industriale ed è un elemento che garantisce competitività».
L’ad richiama investimenti complessivi per circa 17 miliardi e tra i progetti cita il Tyrrhenian Link, per 3,7 miliardi, l’Adriatic Link, per circa 1,5 miliardi, e il terzo cavo Sacoi, per un altro miliardo e mezzo. La rete, osserva, «è l’infrastruttura che consente di mettere a terra la trasformazione». Quanto al costo per i consumatori, Monti indica un peso degli investimenti di Terna sulla bolletta pari a circa il 4%. L’obiettivo, dice, è mantenerlo costante, anche se il risultato dipenderà dalla remunerazione riconosciuta agli investimenti. Proprio il percorso regolatorio inciderà sui tempi del nuovo piano industriale, inizialmente previsto per novembre: Terna intende far procedere i due percorsi in parallelo e attendere che il quadro sia più maturo, «intorno a maggio-giugno dell’anno prossimo».

La necessità di programmare la rete emerge anche dalle richieste di connessione dei data center. Secondo i dati citati da Monti, si è passati da circa 7,5 gigawatt di potenza richiesta nel 2023 a una cifra che nel 2026 si avvicina ai 110 gigawatt. Sono richieste di connessione, non consumi già realizzati, e proprio la distanza tra capacità prenotata e progetti effettivamente costruiti è il punto critico sollevato dal ceo. Terna, assicura, non teme di rispondere a una domanda elevata. Ma occorre verificare la concretezza e i tempi delle iniziative. Accanto agli operatori che investono per realizzare e gestire i data center, spiega, ci sono sviluppatori che prenotano capacità per progetti la cui maturazione può allungarsi. Il rischio è creare un «imbuto» negli investimenti sulla rete, destinando risorse a capacità che potrebbe non servire. Per questo Monti ritiene necessaria una norma: «Va bene la richiesta, ma verifichiamo qual è la volontà di metterla a terra». Terna, aggiunge, sta dialogando con Palazzo Chigi e spera di arrivare presto a una soluzione condivisa sulla scia di quanto sta facendo la Regione Lombardia con una legge ad hoc, recentemente rivista.
Il tema dell’integrazione riguarda anche il modo in cui i benefici delle diverse fonti arrivano ai consumatori. Se Snam presidia gli approvvigionamenti e Terna adegua la rete, Enel indica nei contratti di lungo periodo uno strumento per trasferire a famiglie e imprese i vantaggi economici delle rinnovabili, riducendo l’esposizione alle oscillazioni del mercato. «Per rendere questi benefici più stabili e prevedibili per le aziende, guardiamo ai Power Purchase Agreement, i Ppa, ossia gli accordi di acquisto dell’energia a lungo termine, e i contratti per differenza», ha detto Francesca Gostinelli, ceo di Enel Italia.
In questo disegno, Cdp interviene sul terreno dei finanziamenti e della competitività industriale. Per l’amministratore delegato Dario Scannapieco, le infrastrutture materiali e immateriali sono uno dei quattro ingredienti di un sistema competitivo, insieme a imprese dinamiche, Pa efficiente e un sistema finanziario capace di sostenere la crescita. Anche il nuovo nucleare viene indicato come una possibile componente del futuro mix. Scannapieco ricorda il progetto Nuclitalia con Ansaldo, Enel e Leonardo per lo sviluppo di reattori di nuova generazione: il nucleare, precisa, non è da solo la soluzione al problema energetico, «ma è una parte della soluzione che prevede più elementi».
In linea Nicola Monti di Edison che ha richiamato alla necessità di far fronte al mix energetico alla luce del fatto che per il nuovo nucleare ci vorranno almeno dieci anni.
L’altra leva è aiutare le imprese a raggiungere una dimensione sufficiente per investire e competere. L’Italia, sostiene Cdp, dispone di un sistema produttivo diversificato e di medie imprese di eccellenza, ma soffre ancora per la taglia ridotta di molte aziende. «Manca scala: abbiamo imprese piccole». Nel manifatturiero, afferma, la dimensione media italiana è di circa dieci dipendenti, contro i 40 di quella tedesca. Per questo, nel piano industriale, Cdp finanzia le imprese che vogliono crescere anche attraverso acquisizioni. Cassa accompagna inoltre le aziende sui mercati esteri con Simest, Sace: «C’è molto desiderio, molta voglia d’Italia».
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