La pillola si fingeva un Percocet, e dentro aveva il fentanyl. È l’immagine che spiega tutto, perché è prima di ogni cosa un fatto economico: un prodotto contraffatto, più potente dell’originale, più economico da fabbricare, con un margine più alto, capace di crearsi da solo la clientela perché riprogramma il cervello di chi lo compra. Il fentanyl ha scalzato l’eroina per pura selezione di mercato, costa meno e rende di più, e ha il solo difetto di uccidere il consumatore, che in un modello di business altrimenti perfetto è un dettaglio. Euphoria viene letta come la serie dei corpi e degli eccessi, e invece la sua grammatica profonda è economica. È il ritratto di un’economia che non produce nulla e vende tutto.
Fabbriche sparite
Nel mondo di Rue nessuno fabbrica niente. Non c’è la fabbrica, non c’è l’ufficio, non c’è quasi il salario. Ci sono la droga e il corpo, e sono le due sole fonti di valore rimaste. Da una parte lo spaccio, l’economia informale che nella provincia americana ha preso il posto dell’industria che se n’è andata. Dall’altra il corpo messo a reddito, il sex work promosso a ceto medio, la webcam, l’immagine venduta a pezzi, l’adolescente che diventa una startup di se stesso, imprenditore della propria intimità.
Il mercato, conquistati tutti i mercati esterni, si è rivolto all’interno e ha colonizzato l’ultimo territorio invenduto, il desiderio, la faccia, la pelle. Sei insieme operaio, prodotto e magazzino. È l’unico lavoro rimasto, vendersi. L’unica azienda di famiglia che sopravvive, in questo paesaggio, è la casa che spaccia, ereditata di nonna in nipote come una drogheria di provincia.
Logica fredda
C’è una logica fredda dentro tutto questo, ed è la logica del cliente che non può andarsene. Il sogno di ogni impresa è la fidelizzazione assoluta, l’abbonato che non disdice mai, e la dipendenza è quel sogno realizzato alla lettera: il tossico è il consumatore perfetto, quello che torna ogni giorno, che non confronta i prezzi, che non sceglie, che paga qualunque cifra perché la sua non è una voglia ma una mancanza fisica. Non esiste churn, l’unico modo di perdere quel cliente è ucciderlo.
E sull’altro versante gira la stessa ruota con la moneta dell’attenzione: il clout (l’influenza), i follower, lo sguardo degli altri trasformato in capitale, il telefono come una piccola Borsa dove ogni adolescente quota se stesso, sale e crolla, specula sul proprio volto. Anche lì si è long su un titolo solo, la propria immagine, e basta una giornata storta per andare in default.
La società del debito
E poi c’è il debito, che è il vero protagonista, più del sesso e più della polvere. In Euphoria sono tutti in rosso. Cassie e Maddy finiscono sepolte sotto una montagna di debiti. Nate infila in una speculazione immobiliare i soldi che non ha, un villaggio per pensionati comprato a leva, e finisce sepolto vivo proprio lì sotto, ucciso alla lettera dal proprio investimento, che è la metafora più onesta che la serie potesse trovare. Si vive a credito, di denaro e di tempo, che in questo universo sono la stessa cosa. Il corpo è il collaterale, l’unica garanzia che resta quando hai già impegnato tutto il resto. Un’intera generazione che entra nella vita indebitata, e che per pagare il debito ha solo se stessa da dare in pegno.
Nessuna distopia
Conviene risalire la catena. Perché la crisi degli oppioidi americani non nasce in uno strip club, nasce in un consiglio di amministrazione. Nasce legale, con l’OxyContin, con una famiglia rispettabile, i Sackler, che hanno trasformato la dipendenza in un modello di ricavo, l’hanno venduta come terapia del dolore, l’hanno spinta col marketing, e solo dopo, esaurita la fase regolare, il mercato nero ha raccolto la domanda già fabbricata a monte.
Alamo, lo spacciatore di periferia, è soltanto l’ultimo nodo di una filiera che comincia in un reparto vendite. La differenza tra il capitalismo in giacca e cravatta e quello con la pistola è una questione di chilometri percorsi dalla merce. Tutti e due producono la stessa cosa, il bisogno, e poi lo rivendono a caro prezzo. Il dolore, prima ancora della droga, è la materia prima: lo si fabbrica, lo si gestisce, lo si monetizza.
L’uomo-massa
È qui che Euphoria diventa, suo malgrado, un trattato. Perché mette in scena il punto di arrivo di un’economia che ha divorato l’esterno e ha cominciato a mangiarsi l’interno. L’uomo-massa di Ortega non è più soltanto il consumatore di massa, è diventato anche la merce di massa, e nel fentanyl tocca la sua forma compiuta: il cliente consumato dal prodotto. Si estrae valore da una persona finché ne resta qualcosa, poi la si lascia su un divano. Non è una distopia, è un modello, ed è il motivo per cui questa serie, che pareva parlare solo di liceali, ha finito per raccontare un’epoca. L’epoca in cui non si possiede più niente, e si è in leasing perfino di se stessi.
Banconote
E allora torna l’ultima immagine, quella su cui la serie si chiude, la bandiera nel deserto e il titolo dell’episodio, «In God We Trust», che è la frase stampata sul dollaro. Il denaro che si fida di Dio, e intanto avvelena. La banconota che porta il nome del Signore è la stessa con cui gira l’economia della pillola. Dio sul biglietto, il veleno nel portafoglio: è il bilancio di una nazione che ha cartolarizzato perfino la propria coscienza. In Euphoria si produce una cosa sola, il debito, e se ne ricava una sola, il cadavere. Tutto il resto è in vendita.
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