Nonostante il susseguirsi di shock geopolitici, la frammentazione degli scambi e l’uso sempre più strategico delle leve commerciali, il commercio mondiale continua a sorprendere per capacità di tenuta. Nel 2025 il volume degli scambi internazionali di beni è cresciuto a un ritmo vicino al 5%, mentre nel triennio 2026-2028 è atteso un aumento medio del 2,3%, in linea con il passo registrato nel periodo 2022-24. A sostenerlo sono stati, tra gli altri fattori, le anticipazioni delle importazioni, il ciclo tecnologico legato agli investimenti in intelligenza artificiale e la capacità delle imprese di riorganizzare le filiere.
È la fotografia scattata dalla “Mappa dell’Export 2026” di SACE, l’Export Credit Agency partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, giunta alla diciannovesima edizione e presentata oggi alla presenza del presidente di SACE, Gugliemo Picchi. Il mappamondo digitale interattivo analizza circa 200 mercati esteri attraverso un set integrato di indicatori che combinano rischio di credito, rischio politico e misure di opportunità per export e investimenti.
“In un contesto internazionale segnato da shock geopolitici ricorrenti, frammentazione e uso sempre più strategico del commercio come leva di competizione economica, la conoscenza dei mercati è indispensabile per orientare le strategie di crescita delle imprese. La Mappa dell’Export SACE 2026 offre una bussola per chi esporta, grazie a una lettura integrata dei rischi e delle opportunità Paese per Paese, nella scelta degli strumenti assicurativi più adatti per gestire criticità e incertezza”, ha dichiarato il capo economista di SACE, Alessandro Terzulli.
Il quadro dei rischi restituisce un mondo in cui i livelli medi restano sostanzialmente stabili ma strutturalmente più elevati rispetto al passato. Pesano le tensioni geopolitiche e commerciali, la fine dell’effetto scorte, l’entrata in vigore dei nuovi dazi americani e la crescita delle barriere non tariffarie. Un’ulteriore incognita è rappresentata dalla possibile attenuazione degli investimenti in intelligenza artificiale che hanno trainato la crescita nel 2025. Sul fronte del rischio di credito, la situazione appare stabile nella media ma fortemente eterogenea: i punteggi restano invariati in 93 mercati, che pesano per il 24% dell’export italiano; migliorano in 63 mercati, pari al 35% dell’export; peggiorano in 38 mercati, che rappresentano il 41% delle vendite italiane all’estero. Anche il rischio politico resta da monitorare non solo nei Paesi coinvolti in conflitti, ma in quelli caratterizzati da governance complesse o fragilità socio-economiche, specie dove l’elevato indebitamento può tradursi in pressioni sulle banche centrali, uso discrezionale della politica fiscale e ritardi nelle riforme, con possibili ripercussioni sulla stabilità finanziaria e sulla fiducia degli investitori.
La Mappa integra inoltre indicatori legati al cambiamento climatico, ai processi di transizione energetica e al contesto di benessere sociale, elaborati in collaborazione con Fondazione Enel. Si tratta di variabili che possono incidere direttamente e indirettamente sull’attività delle imprese italiane in diverse aree dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa Subsahariana, dove si concentrano gli eventi climatici più estremi.
In questo scenario, la diversificazione geografica si conferma un fattore chiave di competitività. Oggi il 45% delle imprese italiane esporta in un solo mercato, una concentrazione che aumenta l’esposizione a shock localizzati e a cambi normativi, geopolitici o macroeconomici. La Mappa offre quindi una lettura selettiva dei mercati ad alto potenziale, incrociando rischi e opportunità.
Nel Nord America, che presenta un rischio di credito pari a 18, un rischio politico di 14 e un Export Opportunity Index (EOI) di 74, si concentra un’area di riferimento per l’export italiano, pur in un contesto di crescente frammentazione commerciale. Gli Stati Uniti continuano a offrire opportunità grazie alla solidità della domanda interna, alla leadership tecnologica e alla propensione al consumo di beni premium, mentre il Canada si distingue per investimenti in infrastrutture, tecnologie verdi, digitale e intelligenza artificiale, sostenuti anche dall’integrazione commerciale con l’Unione europea.
In America Latina, con rischio di credito a 67, rischio politico a 51 ed EOI a 35, il quadro resta eterogeneo ma segnato da un rinnovato posizionamento negli equilibri globali, legato alla disponibilità di materie prime critiche, alle dinamiche di nearshoring e al rafforzamento dei legami con l’Unione europea, incluso l’accordo UE-Mercosur. Il Brasile, prima economia dell’area, combina fragilità fiscali e incertezze politiche con ampie riserve valutarie e capacità di attrarre investimenti esteri, offrendo prospettive in infrastrutture, transizione energetica, automazione industriale e beni di consumo. Il Messico si conferma snodo centrale delle catene del valore nordamericane grazie al nearshoring verso il mercato statunitense, mantenendo un rischio di credito moderato e opportunità per manifattura e beni strumentali.
Poco oltre i confini dell’Unione europea, i Balcani registrano un rischio di credito di 67, un rischio politico di 52 e un EOI di 60. Il percorso di avvicinamento all’UE di alcuni Paesi rafforza i fondamentali macroeconomici e la governance, con opportunità in infrastrutture, manifattura, turismo ed energia, a fronte di rischi politici ancora differenziati. La Turchia, con rischio di credito 67, rischio politico 51 ed EOI 76, rappresenta un caso a sé: nonostante un quadro politico complesso, prosegue con ambiziosi piani infrastrutturali e con il sostegno ai settori industriali tradizionali e a quelli della transizione verde, dalle rinnovabili all’eolico e al solare.
Il Medio Oriente, con rischio di credito 68, rischio politico 60 ed EOI 47, si conferma tra le aree più dinamiche a livello globale, trainato dai Paesi del Golfo impegnati in programmi di diversificazione economica sostenuti da ingenti investimenti pubblici. Gli Emirati Arabi Uniti emergono come l’economia più solida e diversificata della regione e come hub strategico per le imprese italiane verso Asia e Africa, mentre in Arabia Saudita il programma Vision 2030 guida una trasformazione strutturale fondata su mega-progetti infrastrutturali e urbani, sviluppo industriale e transizione energetica.
In Africa, il Nord Africa presenta un rischio di credito di 81, un rischio politico di 69 ed EOI 54; l’Africa Subsahariana registra rispettivamente 82, 72 ed EOI 30. Riforme strutturali, condizioni finanziarie più favorevoli e ciclo positivo delle materie prime hanno rafforzato diversi Paesi, pur in presenza di fragilità finanziarie e politiche. In questo contesto, il Piano Mattei per l’Africa viene indicato come motore di crescita e stabilità e come catalizzatore di opportunità per le imprese italiane, anche attraverso grandi progetti infrastrutturali come il Corridoio di Lobito, destinato a collegare le regioni minerarie del Congo e dello Zambia alla costa angolana. Opportunità emergono inoltre in Etiopia e Ghana, impegnati in percorsi di stabilizzazione del debito, in Egitto, che ha introdotto misure per migliorare il business climate, e in Marocco, caratterizzato da stabilità politica, infrastrutture avanzate e un comparto manifatturiero ad alto valore aggiunto.
Infine, l’Asia, con rischio di credito 72, rischio politico 58 ed EOI 36, mostra resilienza grazie a esportazioni solide e a un ciclo tecnologico favorevole, nonostante l’aumento del protezionismo globale, la domanda interna debole e la stagnazione della fiducia dei consumatori. In Cina, riforme e investimenti in tecnologia e innovazione mantengono il Paese una destinazione rilevante per le imprese italiane, anche alla luce del Piano d’azione Italia-Cina 2024-27, pur richiedendo attente strategie di gestione del rischio. L’India punta a diventare un polo manifatturiero globale grazie a piani infrastrutturali ed energetici e alla spinta verso un accordo di libero scambio con l’UE, mentre i Paesi dell’Asean – tra cui Singapore, Vietnam, Malesia, Tailandia e Filippine – offrono opportunità legate all’espansione della classe media e al crescente potere d’acquisto, con profili di rischio differenziati.
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