Girano diversi soprannomi a riguardo del ceo di Mps, Luigi Lovaglio. C’è chi lo ha chiamato «Napoleone», per il modo dittatoriale in cui avrebbe sempre imposto le sue decisioni. E anche per l’epilogo della sua parabola, con una Waterloo personale sublimata nella clamorosa esclusione dalla lista del cda per il rinnovo dei vertici di Rocca Salimbeni. Altri lo hanno definito, nell’accezione positiva della sua personalità, «baffo d’acciaio», riferendosi all’assoluta disciplina e determinazione con cui persegue i suoi obiettivi. Dote, quest’ultima, che gli ha permesso di ottenere risultati impensabili alla guida di Mps: la conclusione di un aumento di capitale da 2,5 miliardi che pareva impossibile, il risanamento e il ritorno a profitti miliardari di un istituto che pareva defunto, la scalata di successo che ha permesso di espugnare la Mediobanca di Alberto Nagel, certo non un avversario arrendevole. Un’impresa che ha richiesto tutta la capacità di persuasione di Lovaglio per convincere i mercati della bontà delle nozze. Anche questo obiettivo centrato pienamente. Da settembre in poi, però, vale a dire a lavoro compiuto con il successo dell’Opas su Piazzetta Cuccia, la stella di Lovaglio ha cominciato a oscurarsi. «Il Napoleone ha cominciato a prevalere sul baffo d’acciaio», raccontano a Moneta fonti interne a Mediobanca. «Il suo errore è stato quell’atteggiamento da “decido io”, di trattare la banca conquistata come se fosse solo una cosa sua quando esiste ancora un 14% di azionisti di minoranza e un cda autonomo che doveva avere un suo riconoscimento».
Melzi d’Eril
Del resto, Lovaglio ha dovuto misurarsi con diverse difficoltà che hanno a che vedere con l’entrare da “barbaro” in un santuario della finanza italiana. La parte di Mediobanca che ancora resiste dell’era Nagel lo ha sempre visto come l’usurpatore che ha privato l’istituto della sua storica autonomia e prestigio. Allo stesso modo il feeling non è mai sbocciato con quelli che sono arrivati dopo nella principale banca d’investimento italiana. Figure di un certo rilievo come l’amministratore delegato Alessandro Melzi d’Eril e un presidente del calibro di Vittorio Grilli, ex ministro di standing internazionale, hanno accettato l’incarico con l’idea di avere un’autonomia decisionale. Per collaborare con la capogruppo Mps e fare sinergie, certo, ma anche per mantenere in vita brand e competenze che sono un patrimonio nazionale che sarebbe criminale dilapidare. Ragion per cui, all’interno di Mediobanca, da diverse prime linee, sarebbe stata mal digerita la decisione di delistare l’istituto da Piazza Affari (un danno di status a tutti gli effetti) e di procedere all’incorporazione riducendo la creatura di Enrico Cuccia a una semplice divisione di Mps, seppure con un veicolo societario dedicato. Una decisione per la quale Lovaglio, dopo settimane di scontro aspro, non ha voluto sentir ragioni litigando con quella parte del cda di Mps espressione di un azionista come Francesco Gaetano Caltagirone. Quest’ultimo è sempre stato contrario alla revoca dalle quotazioni di Mediobanca, ritenendo che l’esborso necessario a incorporare l’istituto avrebbe potuto essere più proficuo utilizzarlo per altre operazioni. Anche in questo caso Lovaglio-Napoleone ha prevalso, imponendo di fatto al board il voto unanime su una questione controversa e divisiva che cominciava a infastidire anche il mercato. Piazzetta Cuccia da quel momento è piombata nel silenzio, così è rimasta in sospeso l’annosa questione dello stipendio di Grilli, compresso dalla capogruppo da oltre 2 milioni a una somma vicina al milione di euro; per allinearlo ai parametri di mercato, era filtrato all’esplodere della questione. Di fatto uno sgarbo, tant’è che lo stipendio di Grilli a oggi non risulta essere ancora approvato.
«Lovaglio ha fatto lo stesso errore di Nagel», osserva a Moneta un private banker di Piazzetta Cuccia. «Quando il manager smette i panni del gestore e vuole prevalere a ogni costo anche sulla volontà del proprietario, alla lunga il finale non può essergli favorevole». Un atteggiamento che poi ha portato ad allontanare da lui tutti coloro che in passato lo avevano sostenuto e difeso, anche quando sono arrivate le accuse della Procura di Milano circa un suo sostegno al presunto concerto Delfin-Caltagirone per l’acquisizione di Mediobanca. Ha cominciato Caltagirone, con il quale si è verificato lo scontro più duro; poi anche il Tesoro – dove il ministro Giancarlo Giorgetti si è sempre complimentato per il lavoro di Lovaglio – si è fatto da parte, affermando di non voler partecipare alla selezione della nuova governance anche per onorare un impegno preso con l’Europa. Infine, resta il giallo sulla Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, che non ha partecipato al voto con la sua rappresentante Barbara Tadolini. C’è chi sostiene che era pronta a sostenere l’ex ad, ma a oggi non si registra una presa di posizione pubblica apertamente a favore di Lovaglio da parte della cassaforte guidata da Francesco Milleri.
Le voci
Ma già prima degli ultimi sviluppi, da settimane erano iniziate a serpeggiare voci di un Lovaglio ormai in rotta totale col mondo Mediobanca e anche con il consiglio d’amministrazione di Siena. Lovaglio era ormai visto da alcuni come un “one man show”, circostanza rischiosa perché poi il problema è che si diventa parafulmini di tutto: come nel caso della presentazione del piano industriale, apertamente bocciato dal mercato. Gli analisti hanno contestato l’assenza di dettagli. Circostanza di cui Lovaglio non è l’unico responsabile, ma sintomo di una diversità di vedute ai vertici. Crepe che si sono accentuate anche per l’intransigenza di un uomo poco incline al compromesso e geloso della propria autonomia gestionale. «Sono caratteristiche che in una prima fase hanno premiato, ma ora che viene il momento di costruire serviva un approccio più corale», afferma una fonte di mercato vicina a Mediobanca.
Piazzetta Cuccia
Ora che Lovaglio è ormai sulla strada del suo personale “esilio a Sant’Elena”, che ne sarà di Mediobanca? In Piazzetta Cuccia, alcuni sono convinti che la questione del delisting possa in qualche modo tornare sul tavolo. «La sensazione è che al momento tutte le strade restino aperte», sostiene un manager della merchant bank. Per saperlo, bisognerà aspettare l’assemblea degli azionisti di Mps quando si saprà chi tra Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Carlo Vivaldi sarà il nuovo amministratore delegato di quello che sarà il terzo polo bancario dell’Italia.
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