Un euro per comprare una casa. Sulla carta sembra uno degli affari immobiliari più convenienti degli ultimi anni. Nella pratica, però, il prezzo simbolico rappresenta solo il primo passo di un percorso che può richiedere decine di migliaia di euro di investimenti, anni di lavori e una buona dose di pazienza burocratica. Eppure l’interesse non manca. Dal 2009 decine di Comuni italiani hanno aderito a programmi di vendita di immobili abbandonati per contrastare lo spopolamento dei borghi e portare residenti, attività economiche e nuove risorse nei centri storici. Un’iniziativa che continua ad attirare soprattutto investitori stranieri, ma che solleva anche una domanda: si tratta davvero di un’occasione da cogliere o il rischio è quello di sottovalutare costi e vincoli dell’operazione?
L’iniziativa nasce con uno scopo preciso: contrastare lo spopolamento dei piccoli Comuni e favorire il recupero di edifici ormai inutilizzati. Non si tratta quindi di una semplice vendita sottocosto, ma di un progetto di rigenerazione urbana.
Sono ormai 77 i Comuni che hanno aderito a programmi di vendita di immobili a prezzo simbolico, la maggior parte dei quali si concentra nel Mezzogiorno: la Sicilia guida la classifica con 30 Comuni, seguita da Calabria e Sardegna. Nel complesso, le iniziative sono presenti in 14 regioni e riguardano soprattutto centri con meno di 3.000 abitanti.
Le richieste arrivano spesso dall’estero: circa la metà degli interessati proviene dagli Stati Uniti, seguiti da Regno Unito, Canada, Germania e Australia. In molti casi non si tratta di acquirenti alla ricerca di una prima casa, ma di persone con una buona disponibilità economica interessate a una seconda abitazione o a un progetto di recupero immobiliare legato alle proprie origini familiari o all’attrattiva dei borghi italiani. Per gli acquirenti quindi non si tratta solo di un investimento economico, ma anche di un modo per contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale di territori che rischiano l’abbandono.
I bandi
Il nome dell’iniziativa può però creare un equivoco riguardo ai costi da sostenere. L’euro richiesto per l’acquisto rappresenta infatti soltanto il punto di partenza dell’operazione. Per partecipare ai bandi occorre generalmente presentare una manifestazione di interesse al Comune proprietario del progetto e impegnarsi formalmente alla riqualificazione dell’immobile. Molte amministrazioni richiedono inoltre una fideiussione bancaria o assicurativa, solitamente compresa tra 1.000 e 5.000 euro, a garanzia dell’effettiva esecuzione dei lavori. A questi soldi si aggiungono le normali spese di compravendita: atto notarile, registrazione, volture catastali e adempimenti amministrativi. Nel complesso, le sole spese burocratiche possono arrivare a diverse migliaia di euro.
Bisogna poi considerare le imposte locali, gli eventuali costi per il ripristino delle utenze e soprattutto le spese tecniche necessarie per rendere abitabile l’immobile. Nella maggior parte dei casi le abitazioni sono infatti disabitate da anni e richiedono interventi significativi.
Per questo motivo gli esperti invitano a valutare l’operazione nella sua interezza e non sulla base del solo prezzo di acquisto: chi compra una casa a 1 euro deve mettere in conto un investimento che può essere molto superiore al valore simbolico iniziale e che varia in funzione delle condizioni dell’edificio e del contesto in cui si trova.
Gli incentivi
L’elemento centrale dell’operazione è la ristrutturazione. I Comuni impongono quasi sempre tempistiche precise per evitare che gli immobili restino inutilizzati anche dopo il passaggio di proprietà. In genere il progetto di recupero deve essere presentato entro pochi mesi dall’acquisto, mentre l’avvio e il completamento dei lavori devono rispettare scadenze stabilite dai bandi. L’obiettivo è garantire che la vendita produca un effettivo recupero del patrimonio edilizio e non una semplice operazione speculativa.
Le criticità non riguardano soltanto i costi. Molti immobili si trovano infatti in aree interne caratterizzate da una limitata presenza di servizi, collegamenti e infrastrutture. La gestione del cantiere può risultare complessa, soprattutto per gli acquirenti che vivono lontano dal Comune interessato o all’estero.
Per rendere più sostenibili gli interventi, chi acquista può accedere alle agevolazioni previste per le ristrutturazioni edilizie e per l’efficientamento energetico degli edifici, oltre a eventuali incentivi regionali e locali. In alcuni territori, inoltre, le iniziative delle case a 1 euro si inseriscono in programmi più ampi di rilancio dei borghi. In Campania, ad esempio, il progetto Borghi Salute e Benessere coinvolge oltre 300 Comuni, mentre le Marche hanno destinato 110 milioni alla valorizzazione dei centri minori. La Toscana ha introdotto una normativa dedicata alla cosiddetta Toscana diffusa e in Sicilia diversi borghi rientrano nei programmi di sviluppo delle aree interne, sostenuti da risorse nazionali ed europee.
Per chi valuta l’acquisto, quindi, la domanda da porsi non è solo quanto costi la casa, ma quale progetto si intenda realizzare una volta ottenute le chiavi. È proprio da questa risposta che dipende la differenza tra un’opportunità concreta e un investimento poco proficuo.
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