Le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz riportano al centro del dibattito europeo il tema dell’Ets, il sistema di scambio delle emissioni che resta uno dei cardini della strategia climatica Ue ma anche un fattore sempre più rilevante per i prezzi dell’energia. Il rialzo di gas e petrolio sta infatti amplificando il peso della CO₂ sulle bollette, spingendo diversi governi a chiedere correttivi per tutelare famiglie e imprese senza mettere in discussione gli obiettivi della transizione.
In questo scenario si inserisce l’iniziativa del governo italiano, che nelle ultime settimane ha lavorato per costruire una convergenza tra Paesi con sensibilità simili. Roma ha promosso un “non paper” insieme ad altri otto Stati – in particolare dell’Est, oltre ad Austria e Grecia – con l’obiettivo di individuare “iniziative comuni” per contenere l’impatto del sistema sui costi energetici nazionali. Una posizione che riflette una preoccupazione sempre più condivisa in Europa sulla sostenibilità economica del percorso di decarbonizzazione.
L’approccio italiano si è progressivamente affinato, passando da ipotesi più radicali a una linea pragmatica e negoziale. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto ha indicato a Bruxelles la disponibilità a valutare “soluzioni diverse”, purché efficaci nel calmierare i prezzi. Un segnale di apertura che mira a costruire ponti, evitando irrigidimenti e cercando al tempo stesso di portare risultati concreti sul fronte delle bollette. Resta, tuttavia, articolato il quadro delle posizioni tra i Ventisette.
Un gruppo di Paesi – in particolare nordici, insieme a Spagna e Portogallo – continua a sostenere con decisione l’impianto dell’Ets, ritenuto essenziale per guidare gli investimenti e garantire certezza agli operatori. Anche la Germania si muove su una linea di cautela, favorevole a interventi mirati e limitati, soprattutto a sostegno dei comparti più esposti come la chimica.
Secondo fonti europee, la maggioranza dei leader considera il sistema uno strumento imprescindibile non solo per la transizione verde ma anche per la politica industriale. Tuttavia, cresce l’attenzione verso gli effetti redistributivi del meccanismo. L’Italia continua a sottolineare come l’onere economico sia significativo – oltre 7 miliardi – e difficilmente comprimibile senza un intervento a livello europeo.
Nel confronto tra gli Stati membri emergono diverse proposte di aggiustamento. I Paesi dell’Est spingono per misure più incisive, come l’esclusione delle centrali a gas o il rinvio dell’estensione dell’Ets a trasporti ed edifici. Un terreno di possibile convergenza riguarda invece le quote gratuite per le industrie energivore, tema su cui si registrano aperture anche in ambito tedesco, a tutela delle filiere strategiche.
La Commissione europea, dal canto suo, punta a mantenere un equilibrio tra stabilità e flessibilità. La presidente Ursula von der Leyen presenterà una revisione della riserva di stabilità del mercato, nuovi benchmark per rendere la decarbonizzazione più “realistica” e strumenti finanziari a supporto dell’industria. L’obiettivo è contenere la volatilità dei prezzi senza compromettere l’architettura del sistema.
Nel breve periodo non sono previsti interventi strutturali sul mercato elettrico, mentre la riforma complessiva dell’Ets è attesa per luglio. La linea di Bruxelles resta chiara: rafforzare l’indipendenza energetica europea attraverso più investimenti in rinnovabili, reti, nucleare e capacità di stoccaggio, garantendo al contempo la prevedibilità necessaria agli investimenti. In questo contesto complesso, l’Italia si muove per rendere la transizione più sostenibile sotto il profilo economico, cercando alleanze e soluzioni condivise. L’obiettivo è conciliare ambizioni ambientali e competitività industriale, evitando che il costo dell’energia diventi un freno alla crescita e alla coesione sociale.
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