Mentre l’attenzione globale resta puntata sullo stretto di Hormuz, una rete altrettanto cruciale è finita nel mirino del conflitto in Medio Oriente: quella dell’acqua. Alcuni attacchi hanno colpito impianti di desalinizzazione in Iran, Bahrain, Emirati Arabi e Kuwait, e se per ora il colpo non è stato destabilizzante ha comunque mostrato come la risorsa idrica possa diventare un obiettivo strategico, tanto quanto il petrolio. Anzi, di più. Perché se il greggio è essenziale, l’acqua è insostituibile. «Le ricadute di un attacco all’acqua sono potenzialmente enormi e andrebbero a intaccare tutti i settori di funzionamento di uno Stato in un colpo solo», avverte Filippo Menga, professore di Geografia all’Università di Bergamo e direttore della rivista Political Geography.
In Kuwait circa il 90% dell’acqua potabile è desalinizzata; in Qatar e Oman oltre l’85%; in Arabia Saudita la metà del fabbisogno; negli Emirati Arabi Uniti il 42%. Non per niente, questi paesi sono definiti dagli studiosi i “regni dell’acqua salata” o “i regimi idraulici”: economie la cui sopravvivenza è legata alla capacità di trasformare l’acqua salata in dolce. Oggi si contano più di 400 strutture distribuite lungo le coste del Golfo Persico che trasformano acqua marina in potabile, garantendo la sopravvivenza di decine di milioni di persone. E basterebbero pochi giorni senza desalinizzazione perché metropoli come Dubai o Abu Dhabi diventino invivibili, svuotate, paralizzate. È questo il fronte meno visibile ma potenzialmente più esplosivo che potrebbe aprirsi in un conflitto, in primis quello mediorientale (ma non solo), con la trasformazione dell’acqua come nuova arma.
La dipendenza di un paese dalla risorsa idrica si trasforma così in un punto debole. Lo scenario che aspetterebbe questa regione, una delle più aride del pianeta, è evidente, secondo Menga: togliere l’acqua a metropoli come Dubai, Doha o Kuwait City significa condannarli all’evacuazione nel giro di cinque o sei giorni. Non settimane. Bensì giorni.
Ma la vulnerabilità è dettata anche da un altro fattore. Gli impianti di desalinizzazione, così come anche strutture ben più imponenti come le dighe, sono bersagli facilmente attaccabili e quindi più difficili da difendere, perché numerosi, essendo sparsi su tutto il territorio, e maggiormente esposti, perché finora considerate infrastrutture civili e non obiettivi bellici. «Proteggere centinaia di impianti sparsi lungo migliaia di chilometri di costa è, semplicemente, impossibile. – precisa Menga – Queste infrastrutture non sono state progettate per resistere ad attacchi». Già durante la prima Guerra del Golfo dei primi anni 90, il rilascio deliberato di grandi quantità di petrolio nel mare da parte delle truppe irachene guidate da Saddam Hussein non fu certo casuale, ma teso per rendere impossibile la presa d’acqua da parte di Arabia Saudita e Kuwait per i loro desalinizzatori, costringendo questi paesi a importazioni di emergenza per anni. L’uso dell’acqua come arma rappresenta, quindi, uno scenario del tutto inedito di grande incertezza.
I tre scenari in caso di attacco all’acqua
Per quanto sia difficile prevedere l’evoluzione del conflitto, in caso di attacchi alle risorse idriche il futuro potrebbe vedere tre possibili scenari, dal meno estremo al più devastante, secondo Menga.
Il primo è uno scenario “dimostrativo”, in cui si verificano attacchi limitati, simbolici, che segnalano la vulnerabilità senza interrompere davvero la fornitura di acqua. In questo caso, la conseguenza principale sarebbe più che altro psicologica ed economica: paura diffusa, aumento dei costi per la sicurezza, risorse idriche sottratte ad altri settori, con ricadute sull’attività produttiva.
Il secondo scenario è quello intermedio, ma già piuttosto destabilizzante. Qui, basterebbe la distruzione di un grande impianto di desalinizzazione e la sua inattività per alcune settimane per innescare una crisi a catena, con importazioni d’acqua d’emergenza, evacuazioni temporanee nelle grandi città, pressione sui governi, movimenti di popolazione. In contesti iper-urbanizzati, circondati dal deserto, la città è tutto. E senza acqua, smette di esistere.
Il terzo è il più estremo. Ed è quello che finora la storia ha evitato e che rappresenterebbe la caduta di ogni tabù. In questo caso, l’acqua diventerebbe un bersaglio sistematico, al pari di basi militari e infrastrutture energetiche. Impianti, acquedotti, dighe, sistemi di trattamento verrebbero colpiti deliberatamente. «È lo scenario che sfiora il collasso umanitario», sottolinea Menga, definendolo senza mezzi termini come un possibile “biocidio”, ovvero una distruzione delle condizioni minime per la vita. Colpire infrastrutture energetiche, come navi, cisterne e impianti, incide sull’economia, ma colpire quelle idriche avrebbe un impatto ben più devastante.
L’acqua come detonatore politico
La crisi idrica non è però solo un tallone d’Achille in caso di conflitto, ma anche un acceleratore di instabilità politica. E l’Iran ne è un esempio emblematico. Tra il 1970 e il 2017 la disponibilità di acqua pro capite è crollata del 58%, mentre oltre il 90% delle risorse dolci è stato assorbito dall’agricoltura. Una situazione che ha caratterizzato anche l’ultimo periodo, ricorda Menga: «L’Iran stava attraversando una crisi politica che non è del tutto scollegata rispetto a quello che sta succedendo ora. Il paese si trovava già in una fase di debolezza interna proprio a causa dell’acqua. Nell’autunno scorso si parlava di evacuare la capitale, proprio perché la risorsa idrica non era più sufficiente e se lo Stato non riesce più a dare acqua, sta già fallendo agli occhi della popolazione».
In contesti autoritari, dove molte libertà sono già limitate, l’accesso all’acqua resta una delle poche promesse fondamentali. E quando viene meno, la legittimità del potere si incrina. È qui che la guerra dell’acqua diventa più ampia.
In questo quadro, Paesi come l’Italia appaiono privilegiati. La disponibilità di risorse idriche naturali (falde, fiumi, laghi) rende marginale il ricorso alla desalinizzazione. Ma la lezione che arriva dal Golfo è chiara: l’acqua, data per scontata in molte parti del mondo, può diventare rapidamente la risorsa più strategica di tutte. E forse anche la più pericolosa.
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