Forse Donald Trump era davvero convinto che quella in Iran sarebbe stata un’operazione lampo, ma così non è stato. E il protrarsi della guerra in Medio Oriente sta facendo emergere un problema che a Washington preoccupa da tempo: gli Stati Uniti stanno consumando rapidamente alcuni degli armamenti più sofisticati del loro arsenale, mentre il ritmo di produzione non basta a ricostituire le scorte.
Il conflitto in Iran, e prima ancora l’invasione russa dell’Ucraina, hanno dimostrato come le guerre moderne non riguardino tanto una questione di ampiezza degli arsenali all’inizio delle ostilità, ma quanto un Paese sia in grado di avere armi e intercettori nel decimo o centesimo giorno di conflitto. In sostanza la guerra diventa una questione di rapidità industriale.
Fonti riservate
Tre fonti riservate hanno ammesso al Financial Times che l’amministrazione Trump ha consumato letteralmente «anni» di munizioni cruciali. E infatti il costo del conflitto sta esplodendo. Stime preliminari parlavano di circa 12 miliardi di dollari per le prime due settimane, ma la cifra potrebbe essere molto più alta. Durante un briefing riservato con alcuni membri del Congresso, funzionari del Pentagono hanno ammesso che gli strike sono costati 11,3 miliardi di dollari solo nei primi sei giorni di guerra e che quei soldi si riferiscono alla spesa per le munizioni. Una cifra enorme, soprattutto se confrontata con il costo dei sistemi impiegati dagli iraniani. Basti pensare che i droni kamikaze Shahed, che da settimane prendono di mira gli impianti dei Paesi del Golfo e le basi americane, costano in media tra i 20 e 50 mila dollari l’uno; mentre i singoli missili intercettori del sistema Patriot usati come scudo missilistico costano tra i 3 e 4 milioni.
La stima
Secondo una stima del Foreign Policy Research Institute (Fpri), solo nelle prime 96 ore di conflitto sono state consumate oltre 5.197 munizioni. A soffrire di più sono state le cosiddette armi stand-off. Di questa categoria fanno parte, ad esempio i missili da crociera Tomahawk e i Jassm. Ma a scarseggiare sono anche i missili intercettori che costituiscono lo scudo delle forze americane e degli alleati nella regione come quelli dei sistemi Thaad e Patriot.
Secondo i calcoli del Fpri, concentrati sulle fasi più acute del conflitto, in quattro giorni è stato usato l’11% di tutte le scorte di missili Tomahawk, il 32% di Atacms e il 32% di bombe a penetrazione Gbu-57 (le stesse usate nel raid Usa del 22 giugno 2025 contro i siti nucleari iraniani). Gli Usa hanno usato inoltre il 13% degli intercettori Patriot e il 16% di quelli del sistema Thaad.

Numeri preoccupanti se si considerano i tempi per ripristinarli. I 943 missili lanciati dalle batterie di Patriot, ad esempio, coprono 18 mesi di produzione. Non solo. Con i ritmi attuali di produzione ci potrebbero volere ben 53 mesi per sostituire i 375 Tomahawk utilizzati contro la Repubblica islamica.
Proprio la carenza di missili Tomahawk rappresenta bene i problemi di tutta la filiera. Se nel periodo 2010-2017 gli acquisti per la sola Marina militare viaggiavano a un ritmo di circa 200 unità l’anno, dal 2019 i volumi di richiesta e acquisto si sono ridotti passando prima a 100 unità, poi a una cinquantina per poi azzerarsi nel 2024 e 2025. Nel frattempo gli Usa li hanno utilizzati in diverse occasioni, come gli attacchi contro la milizia filo iraniana degli Houthi in Yemen nel 2024 (-135 missili) o quelli contro il programma atomico di Teheran nel 2025 (-30).
Materie prime critiche
La rapida riduzione degli armamenti si collega ai limiti produttivi dell’industria. È il caso delle materie prime ad esempio. Moltissimi componenti di questi armamenti richiedono l’uso massiccio di terre rare e in questa fase storica la Cina resta il leader incontrastato della produzione e lavorazione di questi materiali. Incrementare la produzione potrebbe essere complesso dato che comporterebbe un aumento delle importazioni in una fase in cui i rapporti tra Washington e Pechino non sono idilliaci.
A questo si aggiungono i colli di bottiglia. Torniamo ai Tomahawk. Un componente fondamentale del missile è una turboventola, la F107, che viene prodotta da una sola azienda, Williams International, che fra l’altro fornisce anche le turbine per altri missili come i Jassm.
Discorso analogo per gli intercettori Pac-3 Mse che compongono il sistema antimissile Patriot. In un anno la linea di produzione condivisa di Lockheed Martin e Boeing è in grado di produrne circa 620. L’apertura di un impianto in Polonia per la realizzazione di tubi di lancio potrebbe aiutare, ma il centro di assemblaggio al momento non può aumentare il prodotto finito.
L’intervista
In un’intervista a Cnbc il Ceo di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato che se il conflitto in Iran dovesse durare ancora qualche mese le riserve di intercettori e missili potrebbero finire quasi completamente. Nonostante ciò, l’industria della difesa sta provando a colmare il gap. Lockheed Martin ha promesso di portare la produzione di Pac-3 a 2mila unità l’anno così come quella di intercettori Thaad che passerebbero da 96 a 400 l’anno. Il 4 febbraio RTX/Raytheon ha annunciato un’intesa con il Pentagono per aumentare la produzione di diversi missili, tra cui i Tomahawk fino a quota mille unità, coinvolgendo anche partner come il ramo americano di Avio per i motori a razzo. Dato che le industrie americane saranno chiamate a soddisfare prima la grande fame del Pentagono, mettendo in coda altri acquirenti, come le petromonarchie del Golfo che si sono scoperte vulnerabili e che quindi dovranno presto allargare il loro scudo, ci sarà spazio anche per i produttori europei e italiani.
Il consorzio europeo
È il caso del consorzio europeo Mbda, che riunisce Leonardo, Airbus e Bae Systems e che ha già dimostrato di saper accelerare: nell’ultimo anno ha consegnato un lotto di missili Aster per il sistema Samp/T riducendo di oltre la metà i tempi di produzione. Ma il valore industriale più rilevante per l’Italia si concentra nella versione di nuova generazione, il Samp/T Ng, che monta il radar Kronos di Leonardo e ha un raggio di rilevamento di 350 chilometri e che si andrà a integrare con il sistema Michelangelo Dome, la cupola di difesa multidominio presentata a fine 2025 sempre da Leonardo. Una convergenza di programmi che arriva nel momento giusto: la domanda globale di difesa aerea non è mai stata così alta.
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