Il Regno Unito si avvia a essere l’economia del G20 più colpita dai contraccolpi della crisi in Medio Oriente. A certificarlo sono le nuove stime dell’OCSE, che ridisegnano al ribasso il quadro macroeconomico britannico, segnalando un deterioramento più marcato rispetto agli altri Paesi avanzati.
Per il 2026, la crescita del Pil è stata tagliata di 0,5 punti percentuali, dall’1,2% allo 0,7%, confermando una dinamica già debole e ora ulteriormente penalizzata dal contesto geopolitico. Un ritmo di espansione che colloca Londra nelle retrovie tra le principali economie industrializzate.
Il fattore determinante è rappresentato dall’energia. L’escalation del conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran ha innescato una nuova impennata dei prezzi di petrolio e gas, aggravata dalle tensioni lungo lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici globali. Le difficoltà nella navigazione stanno comprimendo l’offerta e spingendo al rialzo i costi per i Paesi importatori.
In questo scenario, il Regno Unito emerge come uno dei sistemi più vulnerabili, per l’elevata esposizione alle dinamiche dei mercati internazionali dell’energia. Il rincaro si trasferisce rapidamente sull’economia reale, comprimendo i margini delle imprese e incidendo sul potere d’acquisto delle famiglie.
Parallelamente, tornano a salire le pressioni inflazionistiche. Le nuove proiezioni indicano un’inflazione al 4%, in deciso aumento rispetto alla precedente stima del 2,5%. Un livello che rischia di complicare ulteriormente la gestione della politica economica, in un contesto già segnato da crescita anemica e domanda interna debole.
Il quadro si traduce in una sfida politica per il premier Keir Starmer, alle prese con un consenso in calo e risultati economici finora inferiori alle attese. La combinazione di bassa crescita e inflazione elevata riporta infatti al centro il rischio di una fase di stagnazione prolungata.
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