Lo scoppio della guerra in Iran sta contribuendo ad appesantire le problematiche sul fronte degli approvvigionamenti energetici, con l’Italia che importa quasi un quinto di petrolio e derivati dai Paesi del Golfo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passano oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno, è diventato un fattore critico anche per la filiera agroalimentare, in quanto quell’area è strategica per le forniture mondiali di fertilizzanti con circa un terzo dell’export globale. L’aumento dei prezzi e una scarsità di offerta sui mercati internazionali stanno colpendo profondamente l’agricoltura in quanto energia, carburanti e fertilizzanti rappresentano circa il 25% dei consumi intermedi delle aziende agricole italiane. Ne abbiamo discusso con Felice Adinolfi, direttore Centro Studi Divulga.
In che misura l’aumento dei costi logistici e le rotte più lunghe stanno incidendo sull’export agroalimentare italiano verso il Medio Oriente?
«Complessivamente l’export agroalimentare nazionale verso il Medio Oriente vale circa 2 miliardi di euro. Non si tratta di un valore altissimo rispetto ai 73 miliardi di export agroalimentare totale, ma siamo davanti a un mercato di potenziale crescita. Le tensioni belliche che hanno colpito l’area negli ultimi anni si stanno riflettendo sulla logistica con costi in aumento e difficoltà nelle forniture. Migliaia di container di fiori e piante destinati ai mercati dell’area hanno subito una brusca frenata. Il Medio Oriente rappresenta inoltre uno sbocco commerciale importante anche per il settore ortofrutticolo, con circa il 13% dell’export di mele».
La guerra in Iran ha portato in dote un’esplosione dei costi agricoli fino al +30%, a quali ricadute si va incontro considerando che si arriva da un 2025 che era già stato caratterizzato da rincari per gas e fertilizzanti?
«Già dopo l’inizio della guerra in Ucraina gli aumenti di energia e trasporti hanno ridotto i margini delle imprese agricole e si sono scaricati sui prezzi al consumo. Dal 2021 a prima della guerra in Iran, i costi medi delle aziende agricole segnavano incrementi fino al 60% per alcuni settori, come quello bovino da carne o risicolo. Una situazione che si è aggravata ulteriormente a causa dei recenti rialzi delle quotazioni di fertilizzanti, con prezzi superiori del 64% ai livelli pre-crisi, e del gas che segna un +61,5% rispetto a inizio anno».
Quali i segmenti che pagano il conto più salato di questa nuova emergenza?
«In meno di un mese di guerra i costi per molti settori sono già cresciuti, in particolare quelli maggiormente dipendenti da fertilizzanti e prodotti energetici. Gli aumenti hanno interessato la quasi totalità delle filiere agroalimentari con intensità variabili e sono incrementi che impattano il tessuto produttivo».
Per la filiera florovivaistica quali sono, concretamente, gli effetti dei container bloccati o dirottati (su qualità del prodotto, prezzi finali, relazioni commerciali) e quanto tempo ritiene possa reggere economicamente un vivaio con ordini verso l’area medio-orientale in frenata?
«Uno dei settori sicuramente più colpiti è proprio quello florovivaistico a causa dell’aumento dei costi dei fertilizzanti ed energetici. Senza dimenticare gli aumenti rilevati per i costi di altri materiali come vasi e impianti di irrigazione che segnano un aumento del 30%. Pesa anche l’incremento dei costi del gasolio, fino al 70% rispetto al periodo per guerra, mentre in poche settimane il prezzo dell’urea è aumentato di 200euro a tonnellata rispetto al marzo dello scorso anno. Se a questo aggiungiamo le problematiche per l’export il quadro di preoccupazioni è ben ampio e complesso».
Addirittura, il caro gasolio ha fatto crollare del 20% la disponibilità di pesce italiano a causa del taglio delle uscite in mare da parte delle flotte marinare.
«Il carburante rappresenta fino a oltre il 50% dei costi operativi delle imprese ittiche. Con l’impennata dei costi del petrolio è concreto il rischio di pescherecci fermi nei porti. Queste criticità si sommano a problemi che il settore si trascina da tempo con gli effetti del cambiamento climatico che stanno mettendo a dura prova il settore. Un duro colpo per il comparto».
Il rincaro dei fertilizzanti, con l’urea a +35%, rischia inoltre di comprimere le rese o di trasferirsi sui prezzi al consumo?
«Nel breve periodo preoccupa soprattutto la sostenibilità economica delle imprese agricole, mentre gli effetti sui prezzi finali saranno tangibili in un momento successivo, ma anch’esso presumibilmente non lontano. Va inoltre considerato che l’aumento dei carburanti, con il diesel sopra i 2 euro al litro e in rialzo del 24% da gennaio ad oggi, colpisce direttamente anche la logistica alimentare: in Italia l’88% del cibo e bevande viaggia su gomma».
Cosa insegna questa nuova crisi e quali misure urgenti deve mettere in atto Bruxelles per tamponare l’emergenza?
«Le istituzioni Ue dovrebbero dare risposte rapide con interventi mirati a garanzia degli approvvigionamenti di energia e fertilizzanti. Puntare sul nucleare di nuova generazione e rinnovabili può rappresentare un valido strumento di lungo periodo per rendere l’Unione Europea meno dipendente dalle forniture estere. Serve inoltre riportare al centro del progetto europeo la tutela dell’eccezionalismo agricolo, in quanto asset fondamentale per garantire la sicurezza alimentare e assegnargli il giusto valore anche all’interno delle politiche di sicurezza e difesa comune. Non a caso la Cina ha visto crescere le proprie scorte di grano, toccando il 45% del totale. Oggi cibo significa anche sicurezza».
Come possiamo valutare invece gli interventi fatti dall’Italia?
«Il Governo in questi anni ha mostrato particolare attenzione al comparto agricolo, ma ora servono sforzi ulteriori e strategie di lungo periodo per ridare piena centralità ad un settore eccezionale che garantisce salute, sicurezza e sostenibilità».
Il Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e degli Ets, rischia di aggravare la crisi dei fertilizzanti per le imprese agricole europee?
«Il paradosso è di concepire la sostenibilità ambientale della produzione agroalimentare in modo ideologico, senza considerare che l’agricoltura europea è già tra le più sostenibili al mondo. Il nostro Paese è riuscito a ridurre negli ultimi decenni sia l’uso di pesticidi di circa il 40%, contro un aumento globale del 70%, sia l’impiego di fertilizzanti azotati di oltre il 10%, a fronte di altri Paesi che hanno più che quadruplicato l’utilizzo dal 1990 ad oggi, come quelli del Mercosur. Tuttavia, l’Ue da un lato sembra voler favorire le importazioni agroalimentari da paesi dove vigono standard produttivi inferiori rispetto a quelli europei, dall’altro emana norme che in un periodo di crisi rischiano di aggravare i costi sostenuti dai propri agricoltori, senza risolvere le vulnerabilità del settore rispetto agli effetti del cambiamento climatico. Il rinvio del CBAM al 2027 è sicuramente un segnale incoraggiante per fronteggiare questo periodo critico, in particolare per gli approvvigionamenti di fertilizzanti, che sono già interessati dai problemi generati dal conflitto in atto».
I concimi naturali come il digestato possono rappresentare una vera alternativa nel breve periodo o servirà molto tempo per una transizione?
«Il tema del digestato è molto ampio e coinvolge anche la possibilità delle aziende agricole di produrre energia e biogas dai reflui zootecnici. È chiaro che siamo davanti ad una alternativa interessante che può fornire un contributo in termini di economia circolare. Il digestato è un fertilizzante organico e sostenibile ma serve lavorare per la sua piena affermazione come opportunità per le aziende agricole e per l’ambiente».
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