Per oltre due secoli la Borsa ha avuto un ritmo preciso, quasi rituale: un’apertura, una chiusura, un tempo delimitato entro cui si forma il prezzo e si concentra la liquidità. Dalla campanella del New York Stock Exchange alle sessioni elettroniche del Nasdaq, l’idea stessa di mercato è sempre stata legata a un perimetro temporale definito. Oggi quel perimetro si sta sgretolando. La finanza, spinta dalla tecnologia blockchain e dalla pressione competitiva delle piattaforme digitali, si prepara a entrare in una dimensione continua, senza interruzioni: un flusso permanente di scambi, accessibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, da qualsiasi latitudine. È in questo contesto che si inserisce la crescita delle cosiddette azioni tokenizzate: repliche digitali dei titoli tradizionali, registrate su blockchain, negoziabili in tempo reale e regolabili in pochi secondi. Non si tratta semplicemente di una nuova modalità di investire sull’azionario, ma di una mutazione infrastrutturale. Se le Borse del Novecento erano luoghi – prima fisici, poi elettronici – la tokenizzazione le trasforma in protocolli: reti distribuite in cui il trasferimento di proprietà avviene istantaneamente, senza bisogno di intermediari multipli e senza le rigidità operative dei mercati tradizionali.
Implicazioni profonde
Le implicazioni sono profonde. Oggi una compravendita azionaria segue ancora un ciclo di regolamento T+2: due giorni lavorativi in cui capitale e titoli restano “in transito”, esposti a rischio di controparte. Con la tokenizzazione, questo intervallo si comprime fino quasi ad azzerarsi. Il risultato è un sistema più efficiente, ma anche più veloce e potenzialmente più instabile, perché privo di quei tempi tecnici che finora hanno funzionato, in parte, come ammortizzatori.
Il fenomeno, per ora, si sviluppa soprattutto fuori dagli Stati Uniti ma con numeri in accelerazione. Secondo diverse stime di mercato, il valore delle azioni tokenizzate ha superato gli 900 milioni di dollari nel 2025, con circa 200-250mila investitori attivi a livello globale. Numeri ancora marginali rispetto a un mercato azionario globale da oltre 110 trilioni di dollari, ma con tassi di crescita a doppia cifra. Piattaforme come Robinhood Markets e Kraken hanno già iniziato a offrire trading di azioni tokenizzate ai clienti internazionali, consentendo l’accesso a titoli statunitensi anche in fusi orari lontani. In alcuni casi, i volumi giornalieri su questi strumenti superano i 10-15 milioni di dollari, concentrati soprattutto su titoli ad alta capitalizzazione e forte riconoscibilità globale.
Più liquidità
Il cuore della proposta è semplice: democratizzare l’accesso e aumentare la liquidità. Grazie alla tokenizzazione, un’azione può essere frazionata fino a importi minimi di pochi dollari, rendendo possibile investire anche con capitali molto contenuti. Questo aspetto è cruciale se si considera che, in molti mercati emergenti, il ticket medio di investimento retail è inferiore ai 100 dollari. Ma la rivoluzione non si limita al lato retail. Anche le grandi istituzioni stanno accelerando. Il New York Stock Exchange e il Nasdaq stanno sviluppando piattaforme per il trading tokenizzato, con l’obiettivo di estendere l’operatività oltre le attuali 6,5 ore giornaliere dei mercati statunitensi. Un passaggio non banale se si considera che Wall Street genera ogni giorno scambi per oltre 500 miliardi di dollari. Ancora più rilevante è il ruolo della Depository Trust & Clearing Corporation, che gestisce il regolamento di transazioni per oltre 2.000 trilioni di dollari all’anno. L’adozione anche parziale della tokenizzazione in questa infrastruttura potrebbe ridurre i costi operativi dell’industria di miliardi di dollari, secondo diverse analisi di settore.
Derivati
Nella loro forma attuale, molti di questi strumenti non rappresentano vere azioni, ma derivati che replicano il prezzo del titolo sottostante. Ciò significa che spesso non garantiscono diritti come voto, introducendo una differenza sostanziale rispetto all’azionario tradizionale. A questo si aggiunge il tema della liquidità. I mercati tokenizzati restano ancora sottili: anche nei casi più liquidi, gli scambi giornalieri rappresentano meno dello 0,01% dei volumi dei mercati azionari tradizionali. Questo può generare spread più ampi e una maggiore volatilità, soprattutto nelle ore notturne o nei fine settimana. Un altro elemento critico riguarda la formazione dei prezzi. In assenza di un mercato sottostante aperto, i token possono scambiare a premio o a sconto rispetto all’azione reale, creando opportunità di arbitraggio ma anche rischi per gli investitori meno sofisticati.
Scostamenti
Alcune analisi indicano scostamenti anche del 2-3% nelle fasi di minore liquidità. Non va sottovalutato, infine, l’impatto sul modello di business degli intermediari. La tokenizzazione promette di ridurre il ruolo di clearing house e broker tradizionali, comprimendo commissioni e margini. Secondo alcune stime, i costi complessivi di intermediazione potrebbero ridursi fino al 30-50% nel lungo periodo, grazie all’automazione dei processi.
A emergere è anche una dimensione geopolitica. Le piattaforme che per prime riusciranno a offrire mercati tokenizzati liquidi e regolati potrebbero attrarre capitali globali, soprattutto da aree oggi sottoservite. Si stima che oltre il 70% della popolazione mondiale non abbia accesso diretto ai mercati azionari internazionali: la tokenizzazione potrebbe colmare parte di questo gap. Il punto cruciale è che la tokenizzazione non rappresenta solo un nuovo prodotto, ma un cambio di paradigma. Trasforma l’azione da titolo registrato in un sistema centralizzato a oggetto digitale trasferibile istantaneamente su reti distribuite.
Mercato continuo
Se questa transizione dovesse consolidarsi, la Borsa del futuro potrebbe assomigliare più a un’infrastruttura digitale globale che a un luogo fisico o a un orario definito. Un mercato continuo, accessibile da qualsiasi latitudine, dove la distinzione tra finanza tradizionale e cripto tende progressivamente a dissolversi. Resta da capire se la regolazione riuscirà a tenere il passo.
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