E’ il benefit più gradito dai quasi 4 milioni di lavoratori che lo utilizzano, ma è quello che produce un mercato con il massimo dell’opacità. Da anni. Parliamo dei buoni pasto. L’Italia, con Francia, Brasile e Messico, è il Paese dove il titolo di pagamento del servizio sostitutivo della mensa aziendale è più diffuso al mondo. Ma con la regolarità di un metronomo compare periodicamente un’inchiesta giudiziaria, un fallimento, una truffa. Nei giorni scorsi una indagine dell’Antitrust. Nel mirino, ancora una volta, il leader del mercato, Edenred, accusata di aver violato le norme sulla concorrenza, abusando della sua posizione dominante.
La società che opera in Italia – controllata dall’omonima multinazionale francese che nel 2025 come gruppo vantava 2,9 miliardi di euro di giro d’affari – detiene più del 50% del mercato nazionale dei buoni pasto, producendo un fatturato di circa 400 milioni di euro e un utile di 180 milioni. Beh, sì, il business dei buoni pasto è particolarmente redditizio, per più di un motivo. Il primo è una tecnicalità che favorisce la fiscalità dell’emettitore: vende il titolo di legittimazione (così si chiama il buono pasto) all’azienda con Iva al 10%, lo acquista dall’esercente con Iva al 4% su un valore nominale abbattuto del 10% (scorporo Iva in fattura). E poi l’emettitore incassa subito, vendendo i buoni pasto all’azienda. Ma prima di ripagarli all’esercente che li ha ricevuti passa del tempo. Una contabilità che, quando i voucher erano cartacei, consentiva di lucrare fino a 120 giorni. E anche di più. Aggiungendo poi le commissioni che si strappavano all’esercente: fino al 15-20%. Dal 2024 il massimo delle commissioni è bloccato al tetto del 5%, norma già vigente dal 2022 nel settore pubblico.
E qui si arriva al faro acceso dall’Antitrust, su segnalazione della Grande distribuzione organizzata (Gdo), Federdistribuzione, Conad e Coop in testa. Il tetto imposto dalla legge deve remunerare tutte le attività necessarie nel processo, dall’emissione del buono al suo incasso. Edenred è accusata di aver imposto alla Gdo un software oneroso per contabilizzare la fatturazione dei buoni pasto incassati, non ammettendo più la pratica della connessione diretta tra il software delle casse nella Gdo e quello della piattaforma che gestisce i buoni (ormai per il 95% elettronici).
In buona sostanza – questa è l’accusa – visto che non è più ammessa una commissione superiore al 5% nella fase della negoziazione, Edenred farebbe pagare obbligatoriamente un servizio aggiuntivo a carico della Gdo. Un raggiro della norma, proprio nel canale della distribuzione che assorbe l’89% dei buoni pasto. Se il valore dei buoni pasto nel mercato è di 4,5 miliardi di euro, vuol dire che il fatturato generato nella Gdo è di poco inferiore ai 4 miliardi. Spostare l’1-2% con la fee per l’uso del software di servizio vuol dire muovere 40-80 milioni.

Nati come servizio sostitutivo della mensa aziendale, ormai i buoni pasto sono moneta sonante per la spesa settimanale della famiglia. Di fatto una benedetta integrazione al reddito, sotto mentite spoglie. La formula è gradita a tutti: sul ricco vantaggio degli emettitori abbiamo detto; il sistema del commercio vede nel buono pasto un veicolo promozionale importante (per la metà degli esercenti aumenta il fatturat0); le aziende non pagano tasse sui ticket fino ai 10 euro cadauno; i lavoratori hanno di fatto una mensilità aggiuntiva all’anno priva di fiscalità e di oneri previdenziali.
Un meccanismo perfetto? Sì e no. Da sempre il mercato è opaco, per più di un motivo. Si tratta di un oligopolio, se non un vero monopolio: il 90% delle emissioni è nelle mani di quattro operatori, tra cui Edenred è il leader (supera il 50% del mercato). Non solo, il meccanismo – emissione e incasso distanziati nel tempo – ha favorito delle clamorose truffe, come quella che portò al fallimento di QuiGroup, una decina d’anni fa. E quando si tratta di gare pubbliche (il 20% dei buoni pasto è erogato ai dipendenti pubblici) si è spesso mossa l’autorità giudiziaria per ipotesi di turbativa d’asta: sempre Edenred è sotto inchiesta da due anni per una gara pubblica nel Lazio. Grazie alla celerità della giustizia italiana siamo ancora in attesa dello svolgimento dell’udienza preliminare, che si terrà non prima della metà del prossimo mese di maggio.
E ora l’accusa di abuso di posizione dominante rivolta a Edenred, cui si contesta anche un allungamento dei termini di rimborso. L’istruttoria dell’Antitrust è appena iniziata, dovrà concludersi entro un anno. Oltre alle possibili sanzioni economiche sarà da mettere in conto anche qualche rimbalzo reputazionale.
Forse non a caso in questo periodo il colosso francese ha pianificato una colossale campagna di advertising in radio e tv, anche per un evidente obiettivo di “operazione simpatia” (oltre che di estensione del mercato verso i liberi professionisti e le microimprese). Basteranno il Mago Forest e la simpatia Gialappa’s band? Forse serve ancora un intervento normativo di garanzia, o forse è il momento di liberare l’indennità sostitutiva della mensa dall’emissione di buoni pasto (e dai suoi intermediari), lasciandola, detassata, in busta paga, come già accade oggi, ma solo per le aziende che dimostrano di operare in un territorio privo di esercizi commerciali capaci di erogare un pasto.
Leggi anche:
1. Welfare aziendale, cosa cercano di più i lavoratori italiani
2. Dal pisolino in ufficio al maggiordomo aziendale, ecco i nuovi servizi di welfare
© Riproduzione riservata