Nell’era dell’intelligenza artificiale non conta più soltanto chi sviluppa l’algoritmo migliore. Conta chi controlla i dati,governa il cloud, dispone della potenza di calcolo, chi presidia l’accesso alla conoscenza e riesce a trasformare informazioni sparse in capacità decisionale. Lo dimostra la recente notizia della collaborazione tra OpenAI, Google e Anthropic per contrastare il furto di capacità dei loro modelli in uno scenario sempre più esposto a tensioni geopolitiche. Non si tratta di un episodio di semplice cybersecurity, ma il segnale di una nuova fase della competizione globale sull’intelligenza artificiale.
Già a febbraio scorso Anthropic aveva denunciato “campagne di distillazione su scala industriale” (distillation industrial-scale), ovvero azioni tese per copiare il comportamento di un modello avanzato e costoso, mentre OpenAI aveva segnalato al Congresso Usa tentativi di replica delle capacità dei propri modelli. L’aspetto economico è evidente: è su questo terreno che si misura oggi il vantaggio competitivo dei sistemi-Paese.
In questo ambito strategico un ruolo, in Italia grazie al Pnrr, può averlo Amelia, un vero e proprio ecosistema digitale sviluppato dalla Fondazione Grins, che spazia da cloud database management system a businness analytics plaform. Non è un semplice portale dati. È una piattaforma pensata per raccogliere, armonizzare, integrare e analizzare informazioni eterogenee, rendendole utilizzabili da pubbliche amministrazioni, imprese, ricercatori e cittadini per decisioni più solide, rapide e verificabili. Un ambiente che integra informazioni diverse in un’unica struttura coerente, mettendo a disposizione analisi socio-economiche avanzate e tecniche di machine learning e intelligenza artificiale per leggere fenomeni complessi, basandosi su infrastrutture Cineca (quell’insieme di supercomputer gestiti dall’omonimo consorzio). È qui che il discorso diventa strategico. In un’economia dove i dati sono una delle principali leve della competitività, il vero collo di bottiglia non è più l’assenza di informazioni, ma la loro frammentazione. Troppi dati restano inutilizzati, dispersi in silos, non interoperabili o difficili da trattare in sicurezza. Amelia prova a sciogliere questo nodo: trasformare l’abbondanza di dati in capacità di analisi, previsione e governo della complessità.
«Viviamo in un mondo mai così ricco di dati e informazioni, ma non sempre di conoscenza. Amelia nasce proprio per colmare questo divario, offrendo uno strumento che unisce trasparenza, sicurezza e capacità analitica. – osserva il professor Matteo Cervellati, presidente della Fondazione Grins e ordinario di economia all’Università di Bologna – Amelia è il risultato di tre anni di lavoro che hanno coinvolto centinaia di ricercatori e decine di istituzioni, con l’obiettivo di mettere la conoscenza al servizio delle scelte strategiche del Paese».
Il tema non è solo tecnologico ma industriale, geopolitico ed economico. L’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione di software, ma di sovranità operativa: capacità di trattare dati in sicurezza, governare il cloud, integrare fonti eterogenee, trasformare informazioni frammentate in strumenti per decidere. In altre parole, la vera partita si gioca sulle infrastrutture della conoscenza. La rilevanza economica di un’infrastruttura come Amelia è quindi duplice. Da un lato riduce i costi di accesso, integrazione e analisi dei dati, migliorando l’efficienza dei processi decisionali e aprendo applicazioni concrete in policy evaluation, gestione del rischio, sostenibilità, pianificazione territoriale e competitività delle imprese. Dall’altro crea le condizioni per una maggiore autonomia tecnologica, perché consente di valorizzare dati e ricerca in un ambiente governato, tracciabile e coerente con gli standard europei.
Su questo passaggio Cervellati insiste con un messaggio netto: «Per l’Italia dotarsi di uno strumento come Amelia non è solo strategico: rafforza la sovranità informativa e la capacità competitiva del sistema Paese». E aggiunge: «L’obiettivo oggi è superare logiche frammentate e favorire una cooperazione concreta tra i produttori di dati. Solo lavorando insieme è possibile sfruttare pienamente il potenziale di un’infrastruttura come Amelia».
In effetti, se la mossa delle big tech americane dimostra che modelli e dataset sono ormai asset geopolitici, per l’Italia il tema non può essere solo l’adozione di tecnologie prodotte altrove. La questione è come costruire un’infrastruttura nazionale capace di usare i dati senza cederne il controllo, di sviluppare servizi senza dipendere interamente da tecnologie esterne, di offrire a istituzioni e imprese un ambiente affidabile per analizzare fenomeni complessi. È questo il punto di incontro tra politica industriale e sovranità del dato. La traiettoria europea va proprio in questa direzione: punta a costruire un mercato unico dei dati e spazi comuni che rafforzino competitività, innovazione e fiducia. Per Paesi come l’Italia, questo significa non duplicare in ordine sparso sistemi e investimenti, ma creare massa critica, interoperabilità e capacità condivise. Ed è qui che nuovamente Amelia può avere un ruolo non solo nazionale ma europeo.
«L’Europa deve evitare frammentazione e duplicazione di sistemi nazionali,- aggiunge il Professor Vincenzo Atella, vicepresidente Fondazione Grins. – Le iniziative, i dati, le best practices e le innovazioni non dovrebbero essere gestiti in maniera strettamente concorrenziale, ma messi a sistema. Non tanto in una logica di indipendenza sovranistica, ma in una logica di sostenibilità strategica».
Il messaggio, in fondo, è semplice ma fondamentale. La sicurezza dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la difesa dei modelli delle grandi piattaforme americane. Riguarda anche la capacità dell’Europa e dell’Italia di costruire le proprie infrastrutture cognitive, cioè ambienti in cui dati, ricerca, calcolo e governance possano convergere in modo sicuro, trasparente e utile all’economia reale. Amelia va letta proprio in questa chiave: non come un progetto tecnologico in più, ma come una possibile infrastruttura abilitante per una nuova stagione di competitività basata sulla conoscenza.
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