Chi pensava che dopo la grande caduta dei tassi Bce fosse finita la pacchia dei maxi-utili e degli exploit sul listino delle banche italiane, si è dovuto ricredere più volte. Le banche, nonostante dall’estate 2024 i tassi di riferimento abbiano cominciato a scendere con gran velocità da oltre il 4% al 2%, hanno continuato a sfornare conti d’oro. Per la gioia dei banchieri e degli azionisti che hanno partecipato all’Eldorado con lauti guadagni in Borsa. Se è vero che il rush del margine d’interesse, con crescite robuste a doppia cifra tra il 2022 e il 2024 è dietro le spalle, le banche hanno messo in moto negli ultimi anni il secondo motore dei ricavi, cioè le commissioni sulla vendita di prodotti finanziari che hanno finito per attutire se non più che compensare il calo dei ricavi da intermediazione del denaro.
Le svalutazioni sui crediti
Basti vedere i conti del 2025 che hanno visto per le prime banche del Paese una contrazione media del 5% del margine d’interesse più che compensata da un +7% dei ricavi da commissioni. Così da vedere ancora in crescita positiva i ricavi totali. Le prime sette banche italiane, come mostra uno studio di Value Partners, hanno portato a casa l’anno scorso ben 71 miliardi di ricavi. E visto che i costi sono fermi e che le svalutazioni sui crediti a rischio sono ormai al lumicino, ecco che il plotone della banche più significative ha prodotto utili netti per 28 miliardi di euro con un peso sui ricavi di oltre il 39%, un livello che non si vedeva da decenni.
Le quotazioni
Ovvio che una stagione degli utili così consistenti (dal 2022 al 2025 l’intero sistema bancario ha generato profitti netti per oltre 110 miliari di euro) non poteva che mettere la benzina alle quotazioni. La sola Unicredit in Borsa, dall’avvio del forte rialzo dei tassi ha moltiplicato per sei volte il suo valore di mercato. Intesa è salita da 1,7 euro a 5,8 euro. BancoBpm ha realizzato una performance dall’estate del 2022 del 375%. Stesso copione per Mps e Bper. Ora è in arrivo la nuova stagione delle trimestrali 2026. Dal 5 maggio, tutti i principali istituti diffonderanno via via i dati dei primi tre mesi. C’è da aspettarsi che la corsa si sia interrotta? Proprio no. Il consenso degli analisti, raccolto da S&P Global market intelligence, prevede ricavi e utili più o meno sulla stessa linea del primo trimestre 2025. Per le prime cinque banche del Paese si prevedono ricavi complessivi per 19 miliardi con utili netti a sfiorare 7 miliardi.
I margini di interesse
I ricavi saranno in linea grazie al fatto che la contrazione di quelli da margine d’interesse sarà ancora una volta attutita dalla continua crescita dei ricavi commissionali. E soprattutto la profittabilità resterà a livelli storicamente sui massimi. La linea degli utili sui ricavi continuerà a stazionare ben oltre il 30% per tutti gli istituti con punte anche del 40%. Mai state così in salute le banche. Del resto, continuano a rimanere elevati gli spread su mutui e prestiti con un differenziale tra tassi passivi e attivi che arriva ancora al 3%. E questo nonostante la caduta dei tassi Bce. È nota la vischiosità del meccanismo degli spread. Quando i tassi di riferimento sono in rialzo gli spread si adeguano da subito, mentre con i tassi all’ingiù l’allineamento diventa assai lento.
Non solo ma la strategia messa in atto dai banchieri, dopo la stagione amara della bolla delle sofferenze quando nel 2016 il picco arrivò a valere oltre 300 miliardi di Npl, è stata quella di ridurre il più possibile gli attivi a rischio, in primis i crediti.
Addio sofferenze
Una strategia che è proseguita anche con la fine della stagione del cumulo delle sofferenze. Basti pensare che tuttora il rapporto tra prestiti e depositi, il cosiddetto Ldr ratio, è tra i più bassi in Europa intorno all’80% medio. Significa che fatto 100 la raccolta diretta, solo 80 finiscono in prestiti a famiglie e imprese. Un decalage che ha permesso di recuperare molta solidità patrimoniale a scapito però del supporto all’economia reale. Non solo ma come è noto da tempo i conti correnti liberi continuano a essere remunerati pressoché a zero, mentre i tassi attivi girano intorno al 3-3,5% sugli stock dei prestiti. E dato che i depositi non vincolati valgono in Italia circa 1.400 miliardi a fronte di 1.200 miliardi di stock di crediti a famiglie e imprese, ecco che il margine d’interesse, pur in calo dagli anni record, resta assai elevato. Uno scenario tra i migliori dei mondi possibili per il comparto che proseguirà con ogni probabilità anche per l’intero 2026.
A piazza affari
Non è un caso che da oltre tre anni le banche italiane siano le star indiscusse di Piazza Affari. La grande redditività, i lauti dividendi con pay out medi all’80% del monte utili e i multipli relativi ancora contenuti con prezzi/utili intorno a 10 volte, sono stati il carburante delle fiammate borsistiche del settore.
C’è qualcosa che può infrangere l’idillio dei mercati sulle banche? L’incognita è il conflitto Usa-Iran con tutte le ricadute del caso. Strappi inflazionistici con le Banche centrali nella morsa decisionale se alzare o meno i tassi. L’incertezza su durata e intensità della guerra sono le incognite che però riguardano interi settori e l’economia tutta. Certo se lo shock inflazionistico dovesse precipitare nella stagflazionem se non nella recessione, allora sarebbero problemi anche per le banche con il rischio di un ritorno dello spettro delle sofferenze a zavorrare i bilanci. Ma per ora pur navigando a vista le banche si godono un’altra stagione delle trimestrali da record.
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