L’affaire Di Foggia si chiude con un accordo che recepisce integralmente la linea del governo e mette fine a una delle polemiche più delicate sulle partecipate. Terna ha reso noto che la sua ad ha sottoscritto l’intesa per la cessazione anticipata del rapporto di amministrazione e per la risoluzione consensuale del rapporto dirigenziale, con effetto dal 5 maggio 2026, prendendo atto della mancata inclusione in alcuna lista per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Un passaggio formale ma decisivo, che consente di archiviare la sua esperienza alla guida del gruppo e di preparare il successivo approdo in Eni la cui assemblea è convocata il giorno successivo a quello della cessazione dall’incarico nel gestore della rete.
Il punto centrale dell’intesa è la rinuncia all’indennità integrativa di fine rapporto per il ruolo di direttore generale, stimata e accantonata in circa 7,2 milioni di euro, subordinata proprio alla nomina alla presidenza del Cane a sei zampe. Una scelta che evita un cortocircuito evidente all’interno della galassia pubblica e ristabilisce coerenza in un passaggio che, altrimenti, avrebbe sollevato non pochi interrogativi. Di Foggia percepirà solo un’indennità di 108mila euro e i diritti maturati nei sistemi incentivanti.
La linea politica
A determinare l’esito della partita è stata la posizione espressa con chiarezza dalla premier Giorgia Meloni, che aveva fissato il perimetro senza lasciare spazio a interpretazioni. “Penso che la Di Foggia debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buonuscita di Terna. Mi pare abbastanza semplice la questione. Questa è una scelta di Di Foggia, in caso contrario valuteremo le nostre alternative”, aveva spiegato la premier. Parole che hanno trovato piena traduzione nell’accordo formalizzato, segnando un punto politico a favore dell’esecutivo.
Il risultato rafforza una linea di rigore che Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti hanno voluto imprimere alla gestione delle partecipate, evitando precedenti potenzialmente destabilizzanti e riaffermando un principio di responsabilità nelle transizioni tra incarichi pubblici.
Questione di sistema
Il nodo non era soltanto giuridico, ma riguardava la tenuta complessiva del sistema. Il passaggio da Terna a Eni avviene infatti all’interno dello stesso perimetro pubblico e verso una realtà industriale molto più articolata e strategica. In questo contesto, la richiesta iniziale di una buonuscita milionaria appariva difficilmente sostenibile, anche considerando la natura regolata del business di Terna, caratterizzato da ricavi prevedibili e da un profilo di rischio contenuto rispetto a gruppi come Eni.
L’intesa raggiunta, costruita nel rispetto delle regole di governance e con il supporto dei comitati interni, consente ora di superare definitivamente la fase di incertezza. A Di Foggia resteranno le componenti ordinarie di fine mandato, mentre viene meno l’elemento più controverso che aveva alimentato il dibattito.
La transizione affidata a De Biasio
Parallelamente, si definisce anche la gestione della fase di transizione ai vertici di Terna. Il presidente Igor De Biasio assumerà i poteri per la gestione immediata, con le stesse prerogative e gli stessi limiti precedentemente attribuiti all’amministratore delegato, fino all’assemblea del 12 maggio convocata per il rinnovo degli organi sociali con Pasqualino Monti già indicato come nuovo ad. Un passaggio che garantisce continuità operativa senza prevedere indennità o benefici aggiuntivi rispetto ai compensi già riconosciuti.
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