La partita può essere raccontata come una lunga finale di Champions League giocata senza ancora il fischio finale. Generali è il grande centravanti: tutti la vogliono al centro del gioco perché controlla il risparmio, le polizze, la distribuzione e una montagna di masse gestite. Ma il punto è capire chi detta gli schemi. Il Monte dei Paschi, attraverso Mediobanca, oggi è come il club che possiede il cartellino del giocatore decisivo ma non è ancora sicuro di controllare davvero lo spogliatoio. Ha la quota più pesante, però rischia che altri costruiscano la strategia attorno al suo fuoriclasse. Unicredit invece è la squadra che alza improvvisamente il pressing: entra nell’area Generali, sale al 10%, parla di alleanze industriali, si muove con rapidità. Per ora Andrea Orcel sta imponendo il ritmo, ma non ha ancora il controllo del match, sta giocando anche la trasferta sul campo tedesco per portarsi a casa Commerzbank e non ha una sponda politica che tifi per lui in tribuna (dove si guarda più al riscaldamento di quel terzo polo costruito attorno al Banco Bpm, marcando a uomo i francesi dell’Agricole). Poi c’è Delfin, che per ora non corre sulla fascia ma può decidere dove mandare la palla. La holding della famiglia Del Vecchio guidata da Francesco Milleri è il socio che può cambiare equilibrio con un solo movimento, perché ha relazioni, quote e influenza su quasi tutti i protagonisti.
Per azzardare un pronostico del risultato finale, bisogna però partire da una domanda che in questi giorni sta diventando più attuale: se una collaborazione tra Generali e Unicredit nei settori assicurativo e del risparmio gestito dovesse tradursi in accordi concreti, quale potrebbe essere la reazione dei vertici di Mps, oggi azionista del Leone con il 13,2% attraverso Mediobanca? E soprattutto: per Siena sarebbe sostenibile assistere alla nascita di un asse strategico tra Generali e un altro grande gruppo bancario concorrente? La risposta è no. E lo confermano anche le recenti dichiarazioni del ceo del Monte, Luigi Lovaglio. Martedì 12 maggio, presentando la trimestrale agli analisti, ha confermato che la quota della compagnia sarà custodita nella nuova Mediobanca spa. E che per ora non c’è una cessione in vista: «Siamo così tanto concentrati sul processo di integrazione» con l’istituto di Piazzetta Cuccia «che onestamente non ho neppure pensato per quale scenario sarebbe plausibile o logico vendere la partecipazione in Generali. È meglio rimandare questo tipo di considerazioni». Trieste resta una fonte di ricavi su cui contare «e ci offre possibilità di partnership operative», ha aggiunto Lovaglio. Di fatto tendendo la mano al ceo del gruppo assicurativo, Philippe Donnet, che a marzo aveva lasciato intendere che Generali potrebbe subentrare ad Axa quando scadranno gli accordi distributivi con Siena senza però escludere un possibile allargamento della partnership commerciale con Unicredit. Orcel e Donnet si sono incontrati più volte negli ultimi mesi per discutere dell’estensione delle collaborazioni esistenti. Sia nelle assicurazioni, dove i due gruppi hanno già un accordo di bancassicurazione nel Centro ed Est Europa (qui Generali colloca polizze danni agli sportelli di Unicredit dal 2018 con un contratto che scadrà solo nel 2033), sia nel risparmio gestito (con Orcel intenzionato a chiudere l’anno prossimo l’alleanza distributiva con Amundi). Senza dimenticare la scadenza dell’accordo nel settore Danni tra Unicredit e Allianz nel 2027. Sulle possibili nuove sinergie con Unicredit «ci sono spazi su tutti i fronti», ha rilanciato Donnet lo scorso 30 aprile poco prima di entrare all’audizione in Commissione banche del Senato. «Spero che ci saranno possibilità di ulteriori sviluppi e sono fiducioso», ha sottolineato. Del resto, Trieste è ancora a caccia di un partner nell’asset management in seguito allo stop all’operazione Natixis.
Mentre in Mediobanca i nuovi vertici hanno deposto le armi e sono ormai rassegnati alla fusione, per Mps una liaison amoureuse tra Generali e Unicredit sarebbe un tema molto delicato. Non necessariamente un casus belli immediato, ma certo un dossier da presidiare. Se fosse una normale intesa commerciale, Siena potrebbe tollerarla. Diverso sarebbe però se l’asse diventasse strategico, rapido e più profondo, soprattutto nel risparmio gestito. In quel caso Mps potrebbe non accettare di restare il primo azionista “finanziario” mentre un altro grande gruppo bancario diventa il partner industriale privilegiato del Leone. Il rischio, per Rocca Salimbeni, sarebbe doppio: vedere ridotta la leva industriale della quota Mediobanca-Generali e perdere spazio su un terreno – assicurazione, advisory, wealth management – che è centrale anche nella logica dell’integrazione con Piazzetta Cuccia.
In questo complesso e assai dinamico schema di gioco, i riflettori sono anche accesi su Delfin. La cassaforte dei Del Vecchio custodisce oltre al 32,4% di EssilorLuxottica, anche il 17,5% di Mps, il 10% di Generali e il 2,7% di Unicredit. Cosa farà Milleri? Potrebbe infatti assumere almeno tre ruoli: facilitatore silenzioso di un compromesso tra Unicredit e Generali; garante di un equilibrio che impedisca a Unicredit di diventare troppo dominante; oppure elemento di pressione su Mediobanca e Montepaschi per accelerare una propria strategia industriale nel risparmio e nell’assicurativo.
Siamo partiti da una metafora calcistica, ma quella che ruota attorno al futuro del Leone di Trieste può essere vista anche come una partita a scacchi giocata su tre tavoli contemporaneamente: sul primo si muovono le quote azionarie; sul secondo le alleanze industriali; sul terzo i rapporti politici e regolamentari. E il rischio, per chi guarda solo la scacchiera principale, è non accorgersi che lo scacco matto arriva da un tavolo laterale.
© Riproduzione riservata