La guerra in Iran inaugura una nuova era e scenari inediti a livello globale. Un panorama in cui il nodo della sovranità europea è sempre più centrale. Un tema di cui Moneta ha parlato con Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Presidente Prandini, da Coldiretti è arrivato un messaggio molto forte sul ruolo strategico del cibo e dell’agricoltura. Qual è oggi la priorità per il Paese?
«Da Coldiretti è uscita una posizione sindacale chiara: il cibo è una questione di sicurezza nazionale. Oggi non parliamo solo di agricoltura ma della tenuta economica e sociale del Paese. In uno scenario segnato da guerre, tensioni geopolitiche, instabilità energetica e nuovi conflitti commerciali, Coldiretti ha voluto ribadire che senza agricoltori non c’è sovranità alimentare, non c’è indipendenza e non c’è futuro. L’agroalimentare italiano è una delle grandi infrastrutture del Paese, ma troppo spesso l’Europa continua a trattarlo come un settore residuale rischiando di condannare imprese e cittadini a dipendere dall’estero per cibo, energia e materie prime strategiche».
Le crisi internazionali e il caro energia continuano però a pesare. Quali sono oggi le emergenze più urgenti?
«Tutti i settori produttivi stanno affrontando una pressione senza precedenti che sta minando l’intero sistema europeo. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha dimostrato ancora una volta quanto sia fragile un sistema costruito sulla dipendenza dall’estero. La delocalizzazione delle produzioni è stato un errore strategico gravissimo che oggi l’Europa paga. Il problema è che Bruxelles scarica costi e vincoli sulle imprese senza comprendere che così si indebolisce la capacità produttiva del continente. Ora non bastano più annunci o interventi tampone, bisogna agire».
A Strasburgo Coldiretti è tornata a mobilitarsi contro il Cbam sui fertilizzanti con slogan molto duri. Perché questa protesta?
«A Strasburgo abbiamo portato tanti giovani agricoltori davanti al Parlamento europeo con slogan chiari: “Fuori i fertilizzanti dal Cbam”, “Stop Von Der Tax”. Può sembrare una posizione dettata da simpatie o antipatie, ma non è così. La nostra grande preoccupazione riguarda il quadro geopolitico che si sta delineando e il rischio che l’Europa resti completamente emarginata. In uno scenario sempre più polarizzato tra Stati Uniti e Cina, non possiamo permettere che le nuove generazioni europee si trovino a pagare il prezzo di anni di regole, vincoli e limiti che hanno finito per comprimere gli investimenti e la capacità produttiva. Serve un cambio di passo, l’Europa metta a disposizione risorse economiche adeguate per sostenere i comparti produttivi, una visione globale più ambiziosa e la consapevolezza che l’economia reale debba tornare a essere il principale motore di investimento e sviluppo per il futuro del nostro continente».

Coldiretti continua a chiedere reciprocità negli scambi commerciali. Quanto pesa oggi il problema della concorrenza sleale?
«Pesa enormemente e rischia di distruggere intere filiere produttive. Non siamo contro il commercio internazionale, ma contro un sistema che impone delle regole rigidissime agli agricoltori europei e poi consente l’ingresso di prodotti ottenuti con standard che in Europa sarebbero illegali. Questo non è libero mercato, è dumping economico e sociale. Oggi gli agricoltori italiani si trovano a competere con produzioni realizzate usando pesticidi vietati, lavoro sottopagato e standard sanitari incomparabili con quelli europei. Se non si introduce il principio della reciprocità totale, si distrugge il reddito agricolo e si mette a rischio anche la sicurezza alimentare dei cittadini».
Il falso made in Italy continua a rappresentare un’emergenza?
«Assolutamente sì. Il fenomeno dell’italian sounding nel mondo vale oltre 120 miliardi di euro, più dell’intero export agroalimentare italiano reale. Questo significa che il mondo chiede Italia, qualità e identità, ma troppo spesso trova imitazioni e falsi. L’export nel 2025 ha raggiunto livelli record grazie a vino, olio, formaggi, pasta, ortofrutta e trasformati di alta qualità, ma servono strumenti molto più forti per difendere le produzioni italiane. Il problema non è la domanda di made in Italy, ma l’assenza di regole adeguate e controlli efficaci».
Torna al centro anche la battaglia sull’etichettatura d’origine e sul Codice doganale europeo. Perché è una priorità politica?
«Esiste una distorsione enorme che consente a prodotti stranieri di diventare italiani dopo un’ultima trasformazione sostanziale. Pensiamo al latte straniero trasformato in formaggio italiano o ai prosciutti ottenuti da carni estere che finiscono sugli scaffali come italiani. Questo sistema va superato per la salute dei cittadini e il futuro delle nostre aziende. La trasparenza non è un dettaglio burocratico ma un diritto dei cittadini e una tutela per gli agricoltori».
Quest’anno ricorrono i 25 anni della Legge di orientamento. Quanto ha inciso sul modello agricolo italiano?
«La legge di orientamento è stata una delle riforme più importanti per l’agricoltura italiana. Ha consentito alle imprese agricole di innovarsi e costruire un nuovo modello di sviluppo fondato sulla multifunzionalità. Oggi abbiamo campagne vive grazie ad agriturismi, fattorie didattiche, enoturismo, agricoltura sociale, agriasili, street food contadino, energie rinnovabili e servizi ambientali. È stata una rivoluzione che ha riportato reddito, occupazione e servizi nei territori rurali. Ma adesso bisogna fare un passo ulteriore investendo ancora di più su innovazione e competitività«.
Quanto possono incidere oggi nuove tecnologie e innovazione sulla crescita del settore agricolo e zootecnico?
«Possono incidere in maniera decisiva. Agricoltura di precisione, droni, sensoristica, monitoraggio digitale, intelligenza artificiale e gestione dei dati consentono di ridurre costi, utilizzare meno acqua e meno chimica, aumentare produttività e sostenibilità ambientale. Lo stesso vale per la zootecnia, dove digitalizzazione e innovazione possono migliorare benessere animale, biosicurezza e competitività. Ma servono investimenti e meno burocrazia. Non possiamo continuare a chiedere agli agricoltori di affrontare transizioni epocali senza garantire strumenti adeguati».
La sua recente elezione alla guida dell’Associazione Italiana Allevatori arriva in un momento delicato. Quali saranno le priorità?
«La zootecnia italiana rappresenta un presidio economico, ambientale e sociale decisivo per il Paese. È la più sostenibile in Europa, dobbiamo difendere e promuovere questo modello. Oggi il patrimonio zootecnico nazionale conta circa 2,3 milioni di bovini e bufalini da latte, 2,1 milioni di bovini da carne, 7,8 milioni di suini, 6 milioni di ovicaprini e circa 650 milioni di capi avicoli allevati ogni anno. È un sistema strategico per il made in Italy che deve affrontare volatilità dei mercati, emergenze sanitarie, costi produttivi e ricambio generazionale. La priorità sarà rafforzare il reddito degli allevatori, sostenere innovazione, biosicurezza e benessere animale e fare dell’Aia sempre di più la casa dei dati, della selezione genetica e della consulenza tecnica al servizio delle imprese».
Sul futuro della Pac quale direzione serve?
«L’Europa deve scegliere da che parte stare. Noi siamo contrari a qualsiasi taglio della Politica agricola comune e all’idea di diluire le risorse agricole dentro fondi unici che finirebbero per indebolire ulteriormente il comparto. Senza agricoltori non esistono sicurezza alimentare, presidio del territorio e stabilità sociale. In questi anni abbiamo visto troppa ideologia, troppa burocrazia e troppo immobilismo da parte della Commissione Von der Leyen. Oggi serve invece un’Europa che difenda davvero le proprie imprese agricole, investa sull’autosufficienza produttiva e garantisca ai cittadini cibo sicuro, trasparente e di qualità».
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