C’è un errore che gran parte degli osservatori continua a commettere nel raccontare il risiko bancario italiano. Si guarda alle operazioni e non al loro significato. Si contano le quote e non i rapporti di forza. Si osservano i protagonisti senza chiedersi quale disegno stia emergendo dietro la loro azione. Da mesi il dibattito è occupato da offerte pubbliche, partecipazioni incrociate, autorizzazioni regolamentari, golden power e assemblee. Tutto importante. Ma tutto in secondo piano rispetto alla questione fondamentale. Perché la vera domanda non è chi conquisterà una banca o una compagnia assicurativa; la vera domanda è se il capitalismo italiano stia finalmente ritrovando un centro dopo trent’anni di frammentazione.
L’uscita di scena di Cuccia
È una questione che viene da lontano. Dalla dissoluzione dell’universo costruito attorno a Mediobanca dopo l’uscita di scena di Enrico Cuccia. Dalla fine delle grandi partecipazioni pubbliche. Dalla privatizzazione del sistema bancario. Dall’ingresso nell’euro. Dall’apertura dei mercati finanziari. Per oltre tre decenni l’Italia ha vissuto una singolare anomalia: una grande economia industriale senza una vera cabina di regia finanziaria. Le imprese sono cresciute o cedute, i gruppi si sono internazionalizzati, il risparmio delle famiglie è aumentato. Ma il punto di sintesi tra capitale, industria, credito e assicurazioni si è progressivamente dissolto.
Il vuoto
In quel vuoto si sono mossi molti protagonisti. Banche, fondazioni, famiglie imprenditoriali, investitori internazionali. Nessuno però è riuscito a occupare stabilmente lo spazio lasciato libero dalla vecchia architettura del capitalismo italiano. Per anni si è pensato che fosse un bene. Che il mercato avrebbe sostituito qualsiasi forma di regia. Che la dispersione del potere fosse di per sé una garanzia di efficienza. Chi scrive è tra quanti la pensavano in quel modo.
Realtà più complessa
La realtà si è snodata in modo più complesso. Mentre l’Italia celebrava la fine dei centri di comando, gli altri Paesi europei consolidavano i propri. La Francia ha rafforzato i suoi campioni nazionali. La Germania ha difeso i propri asset strategici. La Spagna ha costruito gruppi finanziari capaci di competere su scala globale. Perfino Bruxelles, che per anni ha predicato solo concorrenza, oggi parla apertamente di autonomia strategica europea, di mercati dei capitali integrati e di campioni continentali (salvo poi muoversi con i distinguo di sempre).
Lo snodo Mediobanca-Generali
Dentro questo scenario il nodo Mediobanca-Generali assume una rilevanza che va molto oltre la finanza. Chi continua a considerarlo soltanto uno scontro tra azionisti rischia di non cogliere l’essenziale. Mediobanca rappresenta uno dei luoghi nei quali tuttora si incrociano credito, consulenza, grandi patrimoni e relazioni industriali. Generali è il principale custode del risparmio previdenziale e assicurativo italiano. Insieme costituiscono uno snodo strategico del capitalismo nazionale. Per questa ragione la partita che ruota attorno a quel crocevia non riguarda solo gli interessi degli azionisti coinvolti; riguarda la collocazione dell’Italia nella nuova geografia finanziaria europea. Una geografia nella quale la dimensione conta, ma nella quale conta ancora di più il controllo delle reti attraverso cui passa il risparmio. È qui che il ruolo delle grandi banche assume una valenza diversa da quella del passato. Per decenni gli istituti di credito sono stati considerati semplici intermediari. Oggi sono molto di più. Sono gestori di patrimoni, distributori di prodotti finanziari, piattaforme tecnologiche, investitori istituzionali e, sempre più spesso, soggetti chiamati a sostenere le grandi trasformazioni dell’economia reale. Dalla transizione energetica alla digitalizzazione, dall’intelligenza artificiale alle infrastrutture.
Il controllo del risparmio
Non è un caso che le maggiori operazioni degli ultimi anni abbiano avuto al centro non tanto il credito tradizionale quanto il controllo del risparmio. È lì che si concentra la materia prima dell’economia contemporanea. E l’Italia possiede una delle più grandi masse di risparmio privato del mondo occidentale. Una ricchezza che rappresenta contemporaneamente una forza e una vulnerabilità.
Da questo punto di vista l’attenzione di Palazzo Chigi non dovrebbe sorprendere. Sorprenderebbe il contrario. Ogni governo responsabile guarda con attenzione ai luoghi in cui si concentrano il risparmio nazionale, le infrastrutture finanziarie e i grandi flussi di investimento. Farlo non significa dirigismo. Non significa invasione della politica nell’economia. Significa comprendere che il confine tra mercato e interesse nazionale è diventato molto più sottile di quanto si pensasse vent’anni fa.
I rischi
Naturalmente il rischio opposto esiste. La storia italiana è piena di esempi nei quali la tutela del sistema-Paese si è trasformata in protezione delle rendite. Nessuno dovrebbe desiderare il ritorno di un capitalismo amministrato. Nessuno dovrebbe confondere la costruzione di campioni nazionali con la riduzione della concorrenza. La sfida consiste esattamente nel tenere insieme queste due esigenze: massa critica e mercato, interesse strategico e contendibilità, stabilità e apertura. È per questo che il futuro di Intesa Sanpaolo, di Unicredit, di Mediobanca, di Generali e degli altri protagonisti della partita, a cominciare dai gruppi Delfin e Caltagirone, va osservato con una lente diversa. Non come una somma di operazioni straordinarie ma come la possibile nascita di un nuovo equilibrio. Un equilibrio nel quale l’Italia potrebbe finalmente disporre di gruppi capaci di giocare un ruolo europeo senza rinunciare a mantenere nel Paese il baricentro delle decisioni strategiche.
Qualità
La domanda finale è semplice. Dopo trent’anni di capitalismo diffuso, frammentato e spesso privo di una direzione riconoscibile, stiamo assistendo alla nascita di un nuovo centro? Forse sì. Ma il punto non è la sua nascita. Il punto è la sua qualità. Perché un centro che serve soltanto a redistribuire il potere non cambia il destino di un Paese. Un centro che mobilita risparmio, finanzia innovazione, sostiene le imprese e crea leadership europea può invece diventare uno degli strumenti attraverso cui l’Italia torna a contare. È questa la partita che si gioca dietro il rumore quotidiano del risiko. Ed è una partita molto più importante del destino dei singoli protagonisti.
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