A dieci anni dal referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il bilancio economico della Brexit appare particolarmente in deficit sul fronte del commercio estero. Secondo un’analisi di Allianz Trade, Londra non ha registrato un crollo delle esportazioni, ma ha progressivamente perso integrazione economica con il suo principale partner commerciale: l’Europa.
L’UE continua infatti ad assorbire il 48% delle esportazioni britanniche di beni e a rappresentare il 43% delle importazioni. Tuttavia gli scambi tra le due sponde della Manica risultano oggi inferiori di circa il 21% rispetto a uno scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nel mercato unico. A pesare non sono stati tanto i dazi, quanto l’aumento delle barriere non tariffarie: controlli doganali, certificazioni, regole di origine e maggiori adempimenti burocratici.
Dal 2016 al 2025 le esportazioni britanniche di beni hanno perso circa 2,9 punti di Pil. Tra i comparti più colpiti figurano automotive (-20%), chimica (-8%) e componentistica industriale, tradizionalmente integrati nelle catene produttive europee. Parallelamente il commercio si è spostato verso settori come aerospazio, energia e macchinari specializzati.
Sul fronte delle importazioni il cambiamento è stato ancora più marcato. La quota proveniente dall’UE è scesa dal 57% al 43%, mentre Cina e Stati Uniti hanno rafforzato il proprio peso. Pechino è passata dal 10% al 14% delle importazioni britanniche, soprattutto in elettronica e macchinari, mentre Washington è salita dall’9% all’11%, trainata dalle forniture energetiche.
Le nuove partnership commerciali siglate con Paesi dell’area indo-pacifica e del Golfo non hanno però compensato il peso del mercato europeo. Gli accordi post-Brexit coprono circa il 21% del commercio britannico, contro il 37% rappresentato dalla sola UE.
Il dato più sorprendente riguarda invece i servizi. Le esportazioni verso l’Europa continuano a crescere: +63% nel complesso, con un balzo del 94% per i servizi ICT e del 58% per quelli finanziari. Un segnale che conferma come la City di Londra resti uno dei principali hub mondiali della finanza e dei servizi ad alto valore aggiunto, nonostante la Brexit.
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