Vent’anni fa per vedere un film o ascoltare un nuovo album le opzioni erano solo il cinema e il negozio di cd. Si tornava a casa e si faceva scivolare il disco nel lettore. Una volta arrivati ai titoli di coda quel film era tuo. Lo stesso valeva per la musica. Gli sportelli delle auto scoppiavano di dischi e l’attesa per una nuova uscita si consumava davanti ai negozi, che spesso fungevano da punto di ritrovo per i ragazzi della zona.
Oggi quella tangibilità è stata fagocitata dalle piattaforme. Scrolliamo film e canzoni su Netflix, Amazon, Spotify o Apple Music attraverso un canone mensile. Abbiamo barattato gli oggetti con l’accesso, i beni tangibili con un abbonamento. Nel 2025 la spesa dei consumatori italiani per i contenuti digitali ha sfiorato i 4 miliardi di euro, segnando un+3% rispetto al 2024. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano, si tratta di una crescita contenuta, trainata più dall’aumento dei prezzi degli abbonamenti che da un reale picco della domanda. Ciononostante, l’indagine – condotta in collaborazione con Ipsos Doxa – evidenzia che il 96% degli internauti italiani fruisce di contenuti digitali, e ben il 71% lo fa a pagamento.
Concentrazione
«Quasi provocatoriamente direi che in realtà non si è passati da una situazione di proprietà a una situazione di non proprietà» spiega a Moneta Simone Autera, professore ordinario di Economia Aziendale e Strategia dell’Università Bocconi. «Assistiamo continuamente, invece, a una riconfigurazione del concetto stesso di possesso. Attraverso le logiche dell’abbonamento e dell’accesso per uso, si è creata una sorta di democratizzazione e frammentazione delle risorse per i singoli utenti. La vera domanda da porsi però è: a chi rimane la proprietà? La risposta ci mostra un’iper-concentrazione del controllo nelle mani di pochissime grandi piattaforme tecnologiche. Si tratta di un dominio sia economico sia infrastrutturale».
Questo emerge ogni volta che il sistema globale si inceppa, dimostrando quanto l’intera architettura digitale che governa le nostre vite dipenda da pochissimi attori.
«Quando i notiziari ci raccontano dei grandi blackout tecnologici o dei disservizi di sistemi cloud come Aws di Amazon, o dei blocchi che fermano gli aeroporti, abbiamo la dimostrazione tangibile di questa concentrazione paurosa. Non sono solo gli utenti comuni a dipendere da loro, ma le istituzioni e gli operatori professionali».
La situazione sembra esser sfuggita di mano. La musica con Spotify, i film con Netflix, i software con Adobe e lo spazio di archiviazione con Google Drive o Apple. O ancora il servizio di consegna gratuita e veloce di Amazon Prime. Gli stessi dispositivi indossabili come gli smartwatch Apple o gli anelli per la salute di Oura prevedono il pagamento di un abbonamento mensile. Non siamo più proprietari di nulla. Una somma infinita e incontrollata di costi che alla fine – senza che ce ne accorgiamo – erode le nostre finanze.
Disattenzione
«Insieme alla flessibilità, le imprese si avvantaggiano di quella che viene definita “economia della disattenzione“. I dati dimostrano che moltissimi abbonamenti non vengono cancellati per scelta attiva, ma continuano a rinnovarsi finché non scade la carta di credito. Ci investono di una promessa di flessibilità che, alla fine, ci rende dipendenti».
A risentirne è la nostra quotidianità, gravata da un monitoraggio costante che si trasforma in un lavoro di gestione. «Siamo immersi in un enorme sovraccarico cognitivo. Se una volta l’economia domestica significava capire cosa comprare da mangiare, oggi esiste una vera e propria governance domestica degli accessi. Dobbiamo monitorare, ricordare a cosa siamo abbonati, fare il tracking delle carte di credito. Le imprese, dal canto loro, modificano unilateralmente i termini di servizio e le tariffe, sovraccaricandoci. Accettiamo tutto questo perché nella convenienza del momento dire sì per pochi euro a una sottoscrizione sembra indolore, ma nel lungo periodo perdiamo il controllo della spesa».
Pagare due volte
La trappola vale due volte per l’intelligenza artificiale: per accedere alle versioni più aggiornate dei chatbot occorre pagare un abbonamento mensile. Se nella prima era di Internet l’accesso ai servizi era – almeno apparentemente – gratuito (la moneta di scambio erano le inserzioni pubblicitarie), oggi il modello dei chatbot introduce un paradosso. «Con l’intelligenza artificiale si verifica il paradosso per cui l’utente si trova a pagare due volte. Da un lato, i nostri dati personali e i nostri contenuti vanno a costituire gratuitamente il corpus con cui la macchina viene addestrata. Dall’altro, per poter usufruire dei modelli più avanzati e performanti, siamo costretti a pagare un abbonamento. Cediamo la materia prima e paghiamo il prodotto finito».
Disuguaglianze sociali
Un dettaglio poco indagato quando si affronta il tema è quello delle conseguenze civili di questa transizione. Il rischio più grande riguarda l’equità nell’accesso alla cultura e alla formazione. «Una volta il tema dell’accesso alla cultura si giocava sulla possibilità di comprare il libro nuovo o usato. Oggi, l’accesso a un corso o a materiale didattico in abbonamento sposta il problema sulle infrastrutture. Chi ha l’hardware adatto? Chi ha la connessione internet che funziona meglio? Questo cambio di paradigma sposta la riflessione dal consumo ai diritti portandosi dietro implicazioni enormi di disuguaglianza sociale».
Leggi anche:
- I furbetti dei resi: così Amazon mette all’angolo le piccole imprese
- Klarna e Duolingo riducono il personale al grido di “IA First“ ma è una mezza bufala
© Riproduzione riservata