Prima di scegliere la meta del prossimo viaggio si prega di bussare a Christine Lagarde e Kevin Warsh. C’è infatti un filo invisibile che lega gli orientamenti delle banche centrali e il costo di una cena a Tokyo o Giacarta. Quel filo si chiama tasso di cambio. I turisti dell’area euro che vogliono spingersi fuori dal Vecchio continente senza dilapidare lo stipendio devono iniziare a guardare con attenzione alle fluttuazioni sempre più marcate del mercato valutario. Lo yen crollato ai minimi degli ultimi quattro decenni non impatta solo a chi opera sui mercati finanziari, ma anche a chi sta programmando le prossime vacanze. Se il prezzo del volo continua a rappresentare una delle principali voci di spesa, una volta arrivati a destinazione entrano in gioco fattori quali cambio e inflazione locale che possono incidere non poco sul costo complessivo della vacanza. Da un’analisi di Ebury, società fintech specializzata in pagamenti e incassi internazionali e soluzioni di gestione del rischio cambio, emerge un chiaro mutamento della geografia del turismo rispetto a soli pochi anni fa. L’incrocio dell’andamento delle valute con l’inflazione locale e le indicazioni di sicurezza della Farnesina fa affiorare che alcune delle destinazioni considerate oggi tra le più sicure al di fuori dell’Europa sono anche quelle in cui il potere d’acquisto dell’euro è aumentato maggiormente rispetto a dodici mesi fa.
Sponda mini-yen
Le piattaforme di prenotazione continuano a registrare un forte interesse verso le destinazioni extraeuropee con Giappone, Corea del Sud, Canada e Sud-Est asiatico tra le mete più ricercate per l’estate. Il Giappone in particolare è diventato uno dei simboli del turismo globale. Tokyo, Kyoto e Osaka si trovano costrette a misure per gestire gli effetti dell’overtourism. L’effetto mini-yen agisce da boost a questa tendenza e vale per i visitatori europei così come per quelli in arrivo dagli Stati Uniti e dal resto dell’Asia. La valuta nipponica si è indebolita del 10% rispetto all’euro negli ultimi 12 mesi e l’inflazione è rimasta contenuta all’1,4%. Il risultato è che oggi un viaggiatore italiano può acquistare circa il 13% in più rispetto a quanto potrebbe fare spendendo la stessa cifra nell’Eurozona. Discorso simile per la Corea del Sud. All’interesse crescente per la cultura pop, dalla musica alla skincare si somma l’aspetto economico con il won si è indebolito del 10,1% rispetto all’euro e, con un’inflazione del 3,1%, il potere d’acquisto dell’euro risulta oggi superiore di circa 11% rispetto all’Europa.
Spostandosi di continente, il Canada è una meta ambita e tra indebolimento del dollaro canadese e inflazione contenuta, oggi un turista europeo dispone di un potere d’acquisto superiore di circa 4%; stesso discorso per la Nuova Zelanda con un +5% di potere d’acquisto, mentre l’Australia la bussola rema contro con potere d’acquisto dell’euro inferiore di circa 8% rispetto all’Eurozona. Stesso dicasi, andando in Sud America, per il Cile (circa -5% di potere d’acquisto).
Le recenti dinamiche geopolitiche hanno reso i viaggiatori più prudenti e più attenti a tutti gli elementi che garantiscono tranquillità e affidabilità del viaggio. «In questa fase sicurezza, stabilità della destinazione e qualità complessiva dell’esperienza restano prioritari – spiega a Moneta Alessandro Seghi, direttore commerciale divisione Tour Operating di Alpitour World – con il tasso di cambio che è certamente un elemento che entra nelle valutazioni del cliente, ma non il driver principale di scelta; agisce più come fattore di orientamento o di accelerazione della decisione, soprattutto quando esistono alternative percepite come equivalenti, ma raramente determina da solo la scelta finale».
Chi è più attento
La sensibilità al cambio non è omogenea. La clientela mainstream e family, osserva il top manager di Alpitour, è generalmente più attenta al prezzo complessivo e quindi maggiormente influenzata da variazioni valutarie. La clientela esperienziale o a lungo raggio valuta il cambio, ma lo integra in un processo più ampio legato al “valore del viaggio”. Di contro, la clientela premium resta meno sensibile, ma mostra una crescente attenzione anche agli aspetti economici, soprattutto nelle destinazioni più lontane. «Oggi vediamo un fenomeno interessante – precisa Seghi – anche il cliente alto spendente è meno indifferente rispetto al passato, non tanto per una logica di risparmio, quanto per una crescente abitudine a confrontare e ottimizzare le scelte».
I viaggiatori più attenti all’effetto cambio «sono quelli che pianificano con anticipo e hanno un orizzonte di spesa definito, tipicamente i millennials tra 28 e 38 anni, spesso professionisti urbani con reddito medio-alto ma con una cultura del ‘valore’ molto sviluppata», osserva Stefano Arossa, commercial regional manager di WeRoad. Non cercano il risparmio a tutti i costi, ma vogliono massimizzare l’esperienza per quello che spendono. «Si informano moltissimo prima di decidere dove andare: leggono recensioni, seguono travel influencer, confrontano il costo della vita delle destinazioni», aggiunge Arossa che sottolinea inoltre come più è lungo il viaggio più c’è modo di ottimizzare il vantaggio del cambio favorevole. In destinazioni come il Sud Est Asiatico per esempio, puoi spendere una cifra più alta per il volo rispetto a una destinazione a medio raggio, ma poi lì il costo della vita è nettamente inferiore per chi utilizza l’Euro.
La spiccata sensibilità dei giovani al fattore valuta risulta anche dai dati raccolti per Moneta da Revolut in base alle tendenze di spesa dei suoi clienti. I giovani infatti in genere dispongono di budget più limitati. Ciò vale in particolare per i viaggi in Asia o nelle Americhe, dove i costi complessivi sono generalmente più elevati. I dati di Revolut rivelano inoltre un chiaro andamento nelle abitudini di spesa dei turisti italiani, determinato in gran parte dalla destinazione scelta. In Europa — dove il costo della vita è simile e l’effetto valuta non offre vantaggi significativi — ma mangiare fuori è la priorità assoluta e i viaggiatori italiani destinano più di un terzo (34%) del proprio budget di viaggio a cibo e bevande, lasciando la spesa per gli acquisti al secondo posto con un distacco notevole, pari solo al 14%. Questa dinamica cambia radicalmente in Asia. Poiché mangiare fuori è generalmente più conveniente, i turisti dedicano una quota minore del budget al cibo (27%). Utilizzano questi risparmi per approfittare dei prezzi vantaggiosi dei beni locali. Di conseguenza, la spesa per abbigliamento, souvenir e acquisti al dettaglio quasi raddoppia, raggiungendo il 27% del budget totale, alla pari con il cibo.
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