La sicurezza dell’Occidente non si gioca più soltanto sui bilanci della difesa o sull’aumento delle spese militari. Sempre più spesso passa anche dal controllo delle materie prime. È questo uno dei messaggi che accompagnal’apertura del vertice Nato che inizia oggi ad Ankara, dove oltre al rafforzamento degli investimenti nella difesa trovano spazio anche i temi della sicurezza industriale, della resilienza delle filiere produttive e della dipendenza strategica dalla Cina.
In questo contesto si inserisce una decisione destinata a far discutere. L’esercito americano ha annunciato che concederà in affitto terreni all’interno delle proprie basi militari ad aziende private che realizzeranno impianti per la raffinazione di minerali critici. L’obiettivo è semplice: riportare negli Stati Uniti una fase della filiera oggi largamente controllata da Pechino.
Le terre rare diventano una questione di sicurezza nazionale
La scelta dell’amministrazione americana fotografa un cambiamento profondo. Per anni gli Stati Uniti hanno concentrato l’attenzione sull’estrazione delle materie prime, lasciando però alla Cina la fase più delicata e redditizia: quella della lavorazione e della raffinazione.
Oggi Washington vuole invertire questa dipendenza. Le società Titan Mining, EnergyX, Ioneer e REalloys realizzeranno impianti per trattare grafite, litio, boro e terre rare direttamente all’interno di basi militari statunitensi. In cambio dell’utilizzo dei terreni, l’esercito non riceverà un affitto in denaro ma una quota della produzione dei minerali raffinati, garantendosi così un accesso diretto a materiali indispensabili per la difesa.
Nel complesso, le aziende investiranno circa 2 miliardi di dollari nei nuovi stabilimenti.
Droni, batterie e missili: perché questi minerali sono così importanti
Litio, grafite, boro e terre rare sono diventati il nuovo “petrolio” della competizione geopolitica.
Sono materiali indispensabili per la produzione di:
- batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo;
- droni militari;
- radar e sistemi elettronici;
- missili guidati;
- satelliti;
- reattori nucleari;
- fibre speciali e giubbotti antiproiettile.
In altre parole, la stessa materia prima è fondamentale sia per la transizione energetica sia per la superiorità militare.
È proprio questa doppia natura ad aver trasformato i minerali critici in uno dei principali terreni di confronto tra Stati Uniti e Cina.
La dipendenza dalla Cina preoccupa Washington
Il problema è che oggi la Cina mantiene una posizione dominante praticamente in tutta la filiera.
Secondo i dati citati dalle aziende coinvolte nel progetto:
- controlla circa il 90% della raffinazione mondiale di molte terre rare e della grafite;
- produce circa il 70% delle batterie agli ioni di litio;
- realizza almeno l’80% dei composti del boro utilizzati a livello globale.
Persino molti minerali estratti negli Stati Uniti vengono ancora spediti in Cina per essere lavorati e poi reimportati sul mercato americano.
Una dipendenza che, in un contesto di crescente rivalità geopolitica, viene ormai considerata un rischio strategico.
“Esiste sempre il pericolo che la Cina possa interrompere le forniture”, ha spiegato Jeff Waksman, responsabile delle installazioni dell’Esercito americano, sintetizzando una preoccupazione ormai condivisa da gran parte dell’establishment statunitense.
Le basi militari diventano poli industriali
La novità più significativa riguarda il ruolo assegnato alle basi dell’Esercito. I nuovi impianti sorgeranno infatti all’interno di grandi installazioni militari già destinate ad attività industriali. EnergyX raffinerà il litio nel Red River Army Depot, al confine tra Texas e Arkansas, una base destinata anche alla produzione di droni.
Titan Mining lavorerà la grafite in una base tra Alabama e Arkansas, mentre Ioneer e REalloys realizzeranno impianti nello Utah dedicati rispettivamente al boro e alle terre rare. L’idea è creare una filiera integrata in cui estrazione, raffinazione e produzione militare siano sempre più vicine, riducendo tempi, costi logistici e rischi geopolitici.
Il dossier sul tavolo della Nato
L’iniziativa americana arriva mentre i Paesi della Nato discutono un rafforzamento senza precedenti delle capacità industriali dell’Alleanza.
Negli ultimi anni il concetto di sicurezza si è progressivamente ampliato. Oltre alle spese militari, entrano ormai nel dibattito anche la sicurezza energetica, le infrastrutture digitali, i semiconduttori e le materie prime critiche.
Su questo terreno non mancano le differenze tra le due sponde dell’Atlantico.
Gli Stati Uniti spingono da tempo per una strategia di “de-risking” nei confronti della Cina, accelerando il rientro delle produzioni considerate strategiche e incentivando gli investimenti domestici.
Molti Paesi europei condividono l’obiettivo di ridurre le dipendenze, ma devono fare i conti con un sistema industriale fortemente integrato con quello cinese e con costi energetici più elevati. Da qui le tensioni che attraversano anche il dibattito interno alla Nato: da una parte Washington chiede agli alleati di aumentare gli investimenti nella difesa e nella sicurezza delle filiere strategiche; dall’altra, diversi governi europei temono che una rapida separazione economica dalla Cina possa avere pesanti conseguenze sulla competitività delle imprese.
La nuova guerra si combatte anche sulle materie prime
Il progetto delle basi militari trasformate in impianti di raffinazione racconta meglio di molte dichiarazioni come stia cambiando la geopolitica mondiale.
Se fino a pochi anni fa petrolio e gas rappresentavano le principali leve strategiche, oggi il controllo di litio, grafite, terre rare e minerali critici è diventato un elemento centrale della competizione tra le grandi potenze.
Per Washington non si tratta più soltanto di sostenere la transizione energetica o l’industria delle auto elettriche. L’obiettivo è assicurarsi l’accesso diretto alle materie prime necessarie per produrre le tecnologie che definiranno gli equilibri economici e militari dei prossimi decenni.
Ed è proprio su questo terreno che si giocherà una parte crescente della competizione tra Stati Uniti, Cina e, sempre più spesso, anche Europa.
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