Figli di un dio minore: i dipendenti pubblici, dopo aver goduto per anni del privilegio di essere inamovibili e ingiudicabili, si accorgono di essere stati trascurati. Proprio per questi stessi motivi. E per colpa di chi li ha rappresentati. Che cosa vuoi di più, oltre al “posto fisso”? Lo scambio favorevole – assunzione “per sempre” – ha assolto “per sempre” le organizzazioni sindacali dal negoziare con la parte datoriale pubblica (le Pubbliche Amministrazioni) migliori condizioni di lavoro.
Il monopolio dei sindacati
Ma così come è finito il monopolio sindacale di Cgil-Cisl-Uil, è finita anche la soddisfazione della protezione lavorativa. La sottrazione dai rischi del mercato del lavoro – licenziamenti, cassa integrazione – ha finito per svuotare i dipendenti pubblici da ogni altra protezione sociale. Il welfare è questo: protezione sociale, dalla salute alla previdenza, dal bilanciamento vita-lavoro al benessere psicologico, fino alla formazione e all’aggiornamento professionale. E oggi si sa quanto il tema del welfare integrativo, aziendale, sussidiato, sia diventato importante per i lavoratori. Le indagini lo confermano: il welfare è ormai un elemento rilevante nella scelta e nella permanenza del lavoro, soprattutto per i giovani, che al mito del posto fisso hanno sostituito quello più negoziabile dell’equilibrio vita-lavoro, della soddisfazione professionale, delle opportunità di crescita e quindi di formazione. Secondo il report dell’Osservatorio Benessere e Felicità 2026, realizzata su dati Ipsos Doxa, il 59% degli intervistati considera il welfare aziendale un aspetto importante nella scelta dell’impresa in cui lavorare; il 57% lo vede come un aiuto concreto per le famiglie e per arrivare a fine mese; il 56% lo collega alla felicità dipendenti. «Sono dati che il pubblico impiego non può ignorare», sbotta Marco Carlomagno, segretario generale di Flp, il sindacato autonomo dei pubblici dipendenti.
La ricerca
Proprio la ricerca commissionata da Flp a Bigda (società di consulenza specializzata in analisi di mercato) documenta qualcosa che era percepito, ma non ancora misurato: la Pubblica Amministrazione – in tutte le sue componenti – ha alle sue dipendenze 3,7 milioni di lavoratori e spende in welfare circa il 90% in meno del privato. Non solo: il tetto di detassazione nel settore pubblico arriva fino a un massimo di 800 euro, mentre nel privato si sale fino a 5.000. Vale a dire che un dipendente pubblico può ricevere al massimo 800 euro netti con tassazione agevolata contro i 5.000 euro di un lavoratore del privato.
Insomma, la Pubblica Amministrazione destina al welfare una quota infinitesimale della spesa complessiva per gli stipendi dei dipendenti, pari a circa lo 0,11%. Una percentuale che, nel privato, arriva all’1-2%: un gap strutturale di oltre dieci volte, mai inserito all’ordine del giorno dell’agenda politica, né in quella sindacale. I rappresentanti dei lavoratori del pubblico impiego al momento del rinnovo contrattuale hanno sempre preferito puntare a piccoli e tardivi aumenti salariali, ormai insufficienti. Al sindacato confederale è spesso bastato assicurarsi un potere clientelare, quasi da cogestore della “cosa pubblica” e della Pubblica Amministrazione, cioè garante dell’assegnazione e del mantenimento del posto di lavoro, più che di controparte negoziale.
La denuncia della Flp
«I dati presentati confermano ciò che Flp denuncia da anni – dice Carlomagno – il welfare nella Pubblica Amministrazione è il grande assente delle politiche del lavoro pubblico. I numeri impietosi della ricerca, che chiarisce in modo inequivocabile il gap tra settore pubblico e privato, sono la dimostrazione che in questo campo è necessario investire, superando i vincoli normativi che ne penalizzano l’attuazione, permettendo alle amministrazioni di stanziare su questa importante voce non solo parte dei fondi del personale in contrattazione decentrata, ma soprattutto risorse disponibili nei bilanci, accantonate e non utilizzate», continua il segretario generale Flp.
Analisi impietosa
L’analisi diventa impietosa: perché ai dipendenti pubblici è preclusa ogni forma di sanità integrativa, che ormai è diventato un beneficio condiviso da quasi 17 milioni di lavoratori del privato (e dei loro familiari)? Perché negoziare è difficile e riduce gli spazi di manovra nella cogestione. Perché la previdenza complementare – i dipendenti pubblici hanno due fondi pensione, Perseo-Sirio ed Espero – è così poco diffusa tra i lavoratori pubblici? Perché i sindacati confederali non la promuovono, accontentandosi di assicurarsi ruoli di gestione nei fondi, con tanto di gettone e di viaggi “premio” camuffati da viaggi di studio: «Come quello fatto per venti giorni nello Sri Lanka, per studiare la previdenza complementare a Ceylon!», accusa Carlomagno. Che aggiunge: «Per quanto concerne la previdenza complementare, fermo restando il nostro impegno per il rafforzamento del pilastro pubblico, riteniamo che il mancato decollo dipenda essenzialmente da una gestione “chiusa” e autoreferenziale dei fondi che in questi anni non è stata vista come una vera opportunità. Chiediamo quindi un reale cambio di passo anche nella governance con una maggiore democrazia interna e la reale verifica della rappresentanza dei lavoratori».
Insomma, l’invito al sindacato confederale è esplicito: «Fatti più in là», visto che il ruolo preferito è quello della gestione del potere, piuttosto che la rappresentanza dei veri e nuovi bisogni dei lavoratori pubblici, che non sono diversi da quelli del privato. Il ritardo del welfare integrativo nella Pubblica Amministrazione sta proprio qui: in un ruolo negoziale non esercitato dal sindacato, se non nelle sue sigle autonome. I confederali sono spesso parte della controparte.
Restano solo i buoni pasto
L’unico welfare integrativo per i dipendenti pubblici, ma non per tutti, è quello dei buoni pasto. «Peccato che il loro valore, nel caso del pubblico impiego, sia bloccato da anni a un massimale di 7 euro», aggiunge Carlomagno. E peccato, aggiungiamo noi, che l’assegnazione dei lotti per gli emettitori di buoni pasto sia spesso motivo di indagini della magistratura, come accade spesso per le gare pubbliche.
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