Attenzione a non lasciarsi ingannare dai record. L’indice FtseMib corre come non accadeva da vent’anni, la capitalizzazione ha superato mille miliardi di euro e Piazza Affari è tornata ai livelli che non vedeva dall’euforia della new economy. Tutto bene, dunque? Affatto. Dietro quella fotografia rassicurante se ne nasconde un’altra, molto meno celebrata e assai più inquietante: il mercato azionario italiano continua a perdere pezzi. Le società quotate diminuiscono, i delisting si moltiplicano, le nuove quotazioni sono ormai un’eccezione. È come osservare un albero che produce frutti sempre più grandi mentre le sue radici si assottigliano. Per qualche tempo può sembrare più rigoglioso. Poi arriva il conto.
La Consob registra il fenomeno con la consueta precisione. Nel 2025 nove società hanno lasciato il listino principale dopo un’offerta pubblica di acquisto o scambio, undici sono uscite da Euronext Growth Milan e sul mercato regolamentato non si è vista neppure una nuova matricola. Sono dati che raccontano una tendenza, non una parentesi. Del resto, perché un imprenditore dovrebbe quotarsi di questi tempi?
Nell’annuale relazione rivolta alla comunità finanziaria dalla presidente vicaria Chiara Mosca non c’è risposta. Probabilmente perché la risposta imbarazza. La verità è che oggi la Borsa non rappresenta più la via maestra per finanziare la crescita e per molte imprese è diventata l’alternativa meno conveniente.
Va però detto che il vero concorrente di Piazza Affari non è il listino di Francoforte o di Parigi o di Amsterdam, dove in certa misura si assiste a eguale fenomeno; il vero concorrente è il capitale privato. I grandi fondi di private equity e di private capital mettono sul tavolo risorse abbondanti, tempi rapidi, governance flessibile, nessuna pressione trimestrale, nessun giudizio quotidiano del mercato. Se poi la Borsa italiana continua a valutare molte aziende con multipli inferiori a quelli dei principali mercati internazionali, il risultato è inevitabile: chi può, resta privato; chi è già quotato, appena si presenta l’occasione, esce dal listino. Non è una fuga. È un calcolo economico perfettamente razionale.
Qui emerge il paradosso più grande. Si continua a celebrare la crescita della capitalizzazione come prova della buona salute del mercato. Ma una Borsa non serve a rendere più ricchi gli azionisti già presenti; serve soprattutto a portare nuovo capitale alle imprese che vogliono investire, innovare, assumere e competere. Quando questa funzione si affievolisce, il mercato cambia natura. Diventa un luogo dove si valorizzano patrimoni esistenti più che uno strumento attraverso cui si costruisce la crescita futura. La stessa Consob osserva che negli ultimi anni la ricchezza distribuita attraverso dividendi e buyback ha largamente superato il capitale raccolto con nuove emissioni. È un indicatore che dovrebbe far riflettere molto più dei record dell’indice.
Naturalmente esistono anche “responsabilità” normative. I costi della quotazione restano elevati. La regolamentazione, pur migliorata, continua a essere percepita come onerosa soprattutto dalle imprese di media dimensione. La ricerca finanziaria indipendente sulle piccole e medie aziende si è drasticamente ridotta, impoverendo la liquidità del mercato. Ma c’è soprattutto un problema di sistema. L’Italia dispone di uno dei maggiori patrimoni privati del mondo e continua a investire poco nel capitale delle proprie imprese. I risparmi finiscono nei titoli di Stato, negli immobili o nei fondi esteri: scelte legittime ovviamente, ma nel frattempo il mercato azionario resta privo di quella massa critica di investitori istituzionali pazienti che altrove sostiene la crescita delle aziende quotate. È il paradosso di un Paese ricco che fatica a finanziare se stesso.
Per questo sarebbe un errore affrontare la questione limitandosi a semplificare qualche adempimento o ad alleggerire qualche procedura. Serve una politica del mercato dei capitali, non una manutenzione regolamentare. Occorrono incentivi stabili per chi investe nelle nuove quotazioni, un forte coinvolgimento del risparmio previdenziale e assicurativo nell’economia reale, un rilancio della ricerca indipendente, un mercato capace di premiare le imprese che crescono invece di costringerle a cercare altrove il capitale necessario. Altrimenti continueremo a vedere la stessa fotografia: indici in festa e listini sempre più poveri.
Il punto, allora, è molto semplice. I delisting non sono la malattia. Sono il termometro. La malattia è una Borsa che ha progressivamente smesso di essere percepita come un alleato dello sviluppo industriale. E se un imprenditore non considera più conveniente aprire il capitale al mercato, il problema non è dell’imprenditore. È del mercato.
Per anni abbiamo misurato la salute di Piazza Affari guardando l’altezza degli indici. Forse è arrivato il momento di misurarla contando quante imprese decidono ancora di salire su quel carro. Perché una Borsa può anche raggiungere nuovi massimi storici. Ma se smette di attrarre nuove aziende, prima o poi finirà per celebrare il proprio successo su un palcoscenico sempre più vuoto.
Leggi anche:
1. Il risparmio negato
2. Intesa e Confindustria lanciano Zes 2.0: 60 miliardi per la crescita
© Riproduzione riservata