Chissà cosa ha pensato Alberto Nagel quando Luigi Lovaglio ha lanciato l’offerta pubblica di scambio su Banca Generali. L’ex ceo di Mediobanca – scalzato un anno prima proprio dalla scalata del collega di Mps – ha visto crollare ogni residua speranza di fuga quando l’assemblea degli azionisti gli bocciò l’operazione sull’istituto di gestione patrimoniale controllato da Generali. Una mossa che avrebbe voluto compiere anni prima, ma che aveva sempre rimandato, per poi riproporla quando era diventato molto più difficile portarla a termine.
Gioiellino
Adesso ci riprova Mps, in circostanze analoghe, per sfuggire all’offerta di Intesa Sanpaolo. Allora come oggi, però, sarebbe riduttivo relegare Banca Generali al ruolo di semplice carta della disperazione: tutto si può dire tranne che non sia un gioiellino ambito, un’acquisizione sostenuta da una chiara logica industriale. Prima di tutto, avere Banca Generali significa portarsi in casa un istituto con una delle reti di consulenti finanziari più grandi d’Italia. Al 30 giugno scorso contava 2.473 professionisti abilitati all’offerta fuori sede: per intenderci, più di Mediobanca Premier e Widiba, la rete di Mps, messe insieme. È la quarta rete in assoluto, dietro giganti come Fideuram Ispb, Banca Mediolanum e Fineco. In una fase in cui le banche fanno a gara per irrobustire il pilastro delle commissioni ed essere meno dipendenti dall’andamento aleatorio dei tassi d’interesse, disporre di una rete capillare di consulenti significa avere un presidio per il collocamento di polizze e fondi d’investimento senza appoggiarsi alle filiali fisiche, che comportano costi di mantenimento ben più considerevoli.
Le masse
L’intero gruppo, guidato dall’ad Gian Maria Mossa, amministra 129 miliardi di euro di masse, in crescita del 13,6% su base annua e al massimo storico. Un business capace di garantire una redditività superiore a quella dell’attività bancaria tradizionale, tanto che nei primi sei mesi dell’anno Banca Generali ha ottenuto 278,7 milioni di euro di profitti e registrato un rapporto tra costi e ricavi, depurato dalle componenti non ricorrenti, del 36,7%. Per fare un confronto, lo stesso parametro per Mps sfiora il 43%.
La clientela
Un altro solido razionale riguarda il tipo di clientela di Banca Generali, composta in prevalenza da risparmiatori di fascia medio-alta e alta. L’istituto segue molti imprenditori, collegati a 25 mila aziende. Conta inoltre circa 2.500 clienti con un patrimonio affidato medio superiore ai 12 milioni di euro. È esattamente il segmento sul quale Lovaglio vuole costruire il futuro della nuova Mediobanca: patrimoni elevati, maggiore propensione agli investimenti e domanda di servizi evoluti, anche per le imprese. Insomma, tutto torna nel disegno imbastito da Lovaglio.
Casa prodotto
Ultimo, ma non meno importante: Banca Generali non è soltanto una rete distributiva, ma anche una casa prodotto nel campo dei fondi d’investimento. BG Fund Management Luxembourg crea e gestisce fondi, Sicav, mandati istituzionali e altri prodotti d’investimento. Al 30 giugno scorso, le tre Sicav lussemburghesi gestivano complessivamente 28 miliardi di euro di masse.
Ci sono poi tutte le possibili sinergie con la galassia Generali, che controlla Banca Generali con il 50,1% del capitale. Non a caso il Leone di Trieste non ha chiuso completamente la porta all’offerta di Mps: se l’affare trovasse l’alchimia giusta, Generali potrebbe ottenere in cambio accordi distributivi più ampi per le proprie polizze e per i prodotti di Generali Investments, dove si concentra la parte più consistente dell’asset management del principale gruppo assicurativo italiano.
L’affare Banca Generali è oltretutto molto più a buon mercato rispetto all’acquisizione di una banca tradizionale come Banco Bpm. Capitalizza “solo” 7,7 miliardi di euro: un’acquisizione alla portata di un gruppo come Mps, che ha anche il vantaggio non indifferente di essere il primo azionista di Generali con il 13,2% del capitale.
Anche un’acquisizione perfettamente calzante, però, rischia di andare a schiantarsi se realizzata con il tempismo sbagliato. Lo ha imparato a proprie spese l’ex dominus di Mediobanca; rischia di andare incontro allo stesso destino il disegno di Lovaglio.
Il Credit Agricole
L’amministratore delegato di Mps sostiene che le due operazioni, quella su Banca Generali e quella su Banco Bpm, siano indipendenti. Lo sono sulla carta. In realtà, però, sono state lanciate insieme perché Banca Generali è l’amo scelto per smuovere gli appetiti dei francesi di Crédit Agricole, che avevano già detto no alla fusione tra Banco Bpm e Mps.
La rete guidata da Mossa sarebbe infatti ideale per potenziare la distribuzione dei fondi di Amundi. Dal prossimo anno i francesi perderanno il contratto con Unicredit e dovranno trovare un’alternativa in Italia, secondo mercato più importante per il gruppo. È su questo possibile scambio di convenienze che Lovaglio punta per trasformare due operazioni formalmente indipendenti nei tasselli di un unico disegno.
Leggi anche:
Banca Generali, raccolta su del 43% a 5,7 miliardi
© Riproduzione riservata