L’Aigi (Associazione Indotto AdI e General Industries) ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà oltre 2.500 lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva. “Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso”, ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino in una lettera, definendo un “atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre. Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende”.
La lettera
Nella lettera si legge che “dietro ciascuna di quelle lettere c’è una persona, dietro ciascuna persona, quasi sempre, c’è una famiglia e dietro molte di esse vi sono dieci, venti, trent’anni di lavoro condiviso. Per questa ragione, oggi non intendiamo parlare soltanto di numeri, ma di una sconfitta industriale, politica, economica e, soprattutto, umana“. “Il Comune di Taranto – spiega l’Aigi -, negli anni, di fronte a proposte industriali controverse ha spesso optato per il ‘no’. Si trattava di scelte motivate da considerazioni ambientali e sanitarie che nessuno intende banalizzare. Tuttavia, la politica ha il dovere di interrogarsi anche sulle ricadute industriali, occupazionali e sociali delle proprie decisioni. Anche dalla Regione Puglia giungono segnali difficili da conciliare. Da un lato, il presidente della regione afferma che Taranto deve mantenere un futuro siderurgico, evocando concetti quali l’acciaio nazionale, la decarbonizzazione, la reindustrializzazione e la tutela dell’occupazione. Dall’altro, la medesima regione si è costituita ad adiuvandum nell’azione inibitoria promossa dai cittadini e dai Genitori Tarantini, da cui è scaturito il procedimento che oggi conduce verso lo spegnersi dell’area a caldo”.
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