“Se non raggiungeremo un accordo con l’Abi in tempi ragionevoli, la conflittualità si sposterà nei singoli gruppi bancari mentre i loro vertici saranno impegnati a gestire i processi di integrazione conseguenti al risiko. Non so davvero quanto questo possa convenire». Il segretario generale della Fabi Lando Maria Sileoni scaglia uno strale acuminato sul bersaglio delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale del credito.
Il monito del primo sindacato dei bancari è rivolto all’Associazione presieduta da Antonio Patuelli e ancor più alle sue associate. «Il mio giudizio sull’evolvere dei negoziati non è positivo», prosegue Sileoni rimarcando che il Casl, il comitato interno all’Abi preposto a trattare con le forze sociali, non ha «ancora ricevuto alcun mandato né da parte del Comitato esecutivo né dalle singole banche». In sintesi il rischio di un cortocircuito è reale, perché se finora il consolidamento del settore ha mostrato la sua faccia finanziaria – quella fatta di Opa, ricapitalizzazioni e autorizzazioni delle Authority – presto si apriranno i “cantieri industriali” per gestire le integrazioni. Sileoni, fine negoziatore, lo sa bene e affonda un colpo politico.
Signor segretario, il fronte sindacale chiede 518 euro di aumento e due ore di lavoro in meno alla settimana, con il precedente rinnovo aveva ottenuto 435 euro. Si tratta di somme molto distanti da quanto spuntato dagli altri settori.
«Siamo certi che le banche abbiano ottenuto utili straordinari molto importanti, una parte di questi deve ora essere ridistribuita a chi ha permesso di raggiungere questi traguardi anche grazie alla vendita di prodotti assicurativi e finanziari dai margini molto generosi. Le banche sono aziende private e devono garantire il potere d’acquisto dei loro lavoratori».
Cosa ne pensa della prospettata tassa sul settore finanziario? Condivide la linea del governo o quella dell’Abi che chiede di attenersi agli accordi già sottoscritti?
«Non vi è dubbio che i patti debbano essere rispettati da entrambe le parti, la richiesta dell’esecutivo è tuttavia legittimata dalle mutate circostanze del bilancio dello Stato. La posizione mia e della Fabi è quella del dialogo, quindi non credo che sia giusto imporre una nuova tassa al settore, occorre invece un confronto che possa tradursi in un’eventuale, sottolineo eventuale, condivisione. In ogni caso rinnovo del contratto e richieste dell’esecutivo non devono essere confusi, sono due tavoli e due ambiti separati che non devono assolutamente essere messi in correlazione».
Intesa e Unicredit sono a un passo dal coronare le rispettive scalate a Mps e Commerz, dando vita a due big in grado di competere in Europa, quale sarà la fase due del consolidamento?
«Il prossimo anno molti gruppi saranno impegnati a concretizzare i risultati delle Opas. Gli altri saranno chiamati ad aggiornare piani industriali e strategie; la concorrenza è troppo marcata perché questo non avvenga. In entrambi i casi sarà necessario condividere il percorso con i sindacati. Eventuali altre aggregazioni potrebbero poi concretizzarsi tra fine 2027 e inizio 2028».
La decisione di Unipol di rilevare le filiali in eccesso da Intesa-Mps è la spia di una rinnovata centralità degli sportelli malgrado i servizi online?
«Tutto dipende dalle strategie dei singoli gruppi; non è escluso che l’inserimento di filiali nelle reti provochi un effetto a catena su altri sportelli già esistenti. Saranno i sindacati a dover affrontare i maggiori problemi».
Le fintech come Revolut continuano a guadagnare preferenze tra i risparmiatori, soprattutto tra quelli più giovani…
«Gli istituti di credito tradizionali devono mantenere il rapporto con il territorio e contemporaneamente potenziare al proprio interno una valida banca digitale, pensata per soddisfare una clientela che probabilmente da parecchi anni non mette piede in una filiale. La chiave vincente è far crescere una banca digitale dal forte fattore umano anche in termini di consulenza».
Come pensate di affrontare l’impatto dell’AI sull’organizzazione del lavoro?
«Alcune professioni spariranno ma ne nasceranno di nuove. Definiremo l’impatto generale dell’AI con l’Abi, mentre l’organizzazione del lavoro sarà affrontata nei singoli istituti di credito».
Il settore bancario sta prestando meno soldi alle imprese, perché?
«A me non risulta, i finanziamenti vanno analizzati per distribuzione geografica e spaccato dimensionale. La politica restrittiva della Bce impone inoltre di prevenire il rischio di crediti in sofferenza importanti. Come avviene negli Usa e nel Nord Europa le banche dovrebbero però creare delle task force in grado di premiare e sostenere le idee imprenditoriali migliori».
Ravvisa pressioni commerciali sulle vendite di prodotti agli sportelli?
«La Fabi contrasta le pressioni indebite in ogni ambito. Il confronto con la Commissione di inchiesta parlamentare ha inoltre permesso di trasformare questo problema da sindacale a sociale; la politica non può quindi sostenere di non essere a conoscenza della situazione».
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