Chi saranno i sommersi e i salvati nell’era dell’intelligenza artificiale? È questa la domanda da un milione di dollari che aleggia in tutti gli uffici. Mentre genitori preoccupati cercano di capire che cosa far studiare ai figli, con professioni un tempo blindate come l’informatico che precipitano nelle quotazioni e previsioni di tagli del personale sempre più estesi, c’è chi inizia a tirare le somme. In tanti tremano ma qualcuno stappa lo champagne: i liberi professionisti.
Lo studio di Shakers
Se è difficile fare previsioni a lungo termine, nel breve il popolo delle partite Iva ha saputo cogliere i vantaggi dell’IA che ha assicurato a chi lavora in proprio maggiore produttività e introiti più alti. Sono molti gli studi che fotografano il fenomeno, come l’indagine di Shakers, piattaforma che collega aziende e freelance, su un campione di oltre 1.000 esperti del settore tecnologico provenienti da più di 20 Paesi tra cui l’Italia.
Nel nostro Paese, oltre l’87% dei lavoratori tech utilizza almeno un agente IA. A livello generale, il 50% attribuisce all’intelligenza artificiale un incremento della propria produttività superiore al 25%, che si traduce in un aumento dei guadagni per il 68% dei freelance ma appena per il 35% dei dipendenti. Più in dettaglio, per gli autonomi le tariffe sono aumentate in media del 25%, a fronte di una crescita di appena il 9% degli stipendi dei subordinati.
Il legame intelligenza artificiale-aumento del fatturato è esplicito: per un quarto dei freelance i maggiori introiti dipendono soprattutto dal proprio know how legato all’IA, contro il 10% dei dipendenti che è riuscito a strappare l’aumento.
IA: si fa ma non si dice
La ricerca getta però un’ombra anche sul futuro delle partite Iva: se oggi i professionisti riescono a farsi pagare di più e a sfruttare l’aumento di produttività a loro vantaggio, un domani il castello potrebbe dimostrare di avere fondamenta fragili, visto che si basa in larga parte su una bugia per omissione: un professionista su quattro, infatti, non dichiara apertamente l’uso dell’IA.
E se per ora contestazioni sulle ore lavorate, penali o ribassi del compenso hanno colpito solo il 6% delle partite Iva, il tema presto diventerà centrale come spiega a Moneta Nicola Spagnuolo, direttore di Cfmt (Centro di Formazione e Management del Terziario): «Se io pago le competenze di un professionista e quel professionista le competenze le affina attraverso l’IA, è un conto. Se invece rivendo le competenze dell’IA attraverso me tutto cambia. Quindi bisogna stare attenti e non dimenticare che l’intelligenza artificiale è certamente uno strumento che può aiutare il professionista a liberare tempo. Dopodiché, però, quel tempo il professionista deve mettersi in testa di doverlo dedicare all’ampliamento delle sue competenze. Perché se invece affida il suo sistema di competenze all’IA bisogna chiedersi: ma il cliente cos’è che sta comprando? Sta comprando me o sta comprando una risposta dell’IA che chiunque potrebbe dargli?».
Fuga dal posto fisso
Lo squilibrio fra dipendenti e partite Iva sta addirittura facendo traballare il mito del posto fisso: secondo la ricerca il 24% dei dipendenti sta valutando di passare al lavoro autonomo entro due anni, con il 7% che ha già iniziato i preparativi. Il fenomeno negli Stati Uniti è sentitissimo. Secondo uno studio della George Mason University,«la creazione di imprese individuali e il lavoro autonomo individuale sono aumentati in misura sproporzionata nei settori e nelle professioni esposti all’IA a partire dai primi mesi del 2024», tanto che «il lavoro autonomo individuale nelle dieci professioni maggiormente esposte all’IA è aumentato del 20% tra il periodo di riferimento 2022-2023 e il 2025, mentre nelle dieci professioni meno esposte all’IA è rimasto invariato». Quindi «il primo effetto dell’IA sul mercato del lavoro potrebbe non apparire in una prima fase come la disoccupazione di massa. Potrebbe invece emergere attraverso la crescita del lavoro indipendente».
Emorragia di lavoratori qualificati
Un potenziale problema per le imprese che rischiano di subire un’emorragia di lavoratori qualificati. Secondo Spagnuolo, la risposta sta in un cambiamento radicale di cultura e organizzazione aziendali: «Questo è un problema soltanto nella misura in cui si concepisce il lavoro in maniera post-fordista, post-industriale. Il tema vero è che l’evoluzione del rapporto di lavoro non sarà quella che viene codificata attualmente. Dobbiamo abituarci sempre di più a dinamiche collaborative da due punti di vista. Il primo è che il dipendente all’interno delle aziende deve diventare “imprenditore” di se stesso. Dall’altro, c’è un’ulteriore dinamica, quella salariale. Lo stipendio non basta per trattenere i lavoratori, ci sono una serie di altri fattori, come welfare e benefit di vario tipo che fanno parte di una sorta di patrimonio del dipendente, che si trova sempre più a dover gestire un tempo di lavoro che continua ad ampliarsi».
Il lato oscuro
Non bisogna poi dimenticare che il trionfo delle partite Iva ha un significato agrodolce come spiega l’Ilo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’Onu: «La tecnologia può aprire nuove opportunità per i lavoratori altamente qualificati, mentre per altri può significare perdere la sicurezza del posto di lavoro e dover lavorare in autonomia, spesso con un sostegno limitato. Molti di questi lavoratori non diventano autonomi per scelta, ma perché non riescono a trovare un’occupazione dignitosa e stabile».
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