La partita vitale per le imprese italiane ed europee oggi si gioca tutta sugli Ets, il sistema di scambio di quote di CO2 che zavorra i conti delle aziende, le spinge fuori mercato e rischia di portare alla desertificazione industriale. La scadenza da tenere a mente è quella del 2028, quando entrerà in vigore il sistema Ets2 (al centro dello scontro politico in corso in Europa), che prevede di estendere il meccanismo che deve servire a ridurre le emissioni inquinanti anche ai settori finora esclusi, come i trasporti. Il panorama è fosco, con la quantità di quote disponibili che continua a diminuire e i prezzi in aumento: a fine ottobre si attestano intorno agli 85 euro a tonnellata, contro i 5,26 del 2016. E contro i circa 12 degli Ets cinesi.
Emergenza
Un’emergenza contro cui è scesa in campo anche Confindustria che, con le omologhe di Germania (Bdi) e Francia (Medef), ha proposto una piattaforma in dieci punti per cambiare radicalmente il sistema, andando ben oltre gli aggiustamenti proposti a luglio da Bruxelles. Pochi giorni fa, il fronte guidato dall’Italia appoggiata dai Paesi d Visegrad ha ottenuto un primo successo: il Consiglio Ue ha chiesto alla Commissione di «aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’Ets2». E giovedì 22 ottobre l’Europarlamento ha dato il via libera all’assegnazione di quasi 100 milioni di quote gratuite in più alle aziende per il periodo 2026-2030. Un primo passo ma il match è ancora da giocare, come ha sottolineato Emanuele Orsini, presidente di Confindustria: «Questa decisione non segna la fine della partita, ma è un passo indispensabile per portare avanti il negoziato europeo tra Parlamento, Commissione e Consiglio, il cosiddetto trilogo, per arrivare a un testo finale concordato che risponda concretamente alle esigenze delle imprese italiane ed europee».
Lo studio
Come spiega uno studio di Confindustria, con gli aggiustamenti proposti a luglio dalla Commissione gli Ets avrebbero comunque un impatto devastante. Secondo l’associazione, la proposta «non affronta le criticità strutturali del sistema nel contesto globale». E, se gli Ets sono un giogo per tutti gli Stati Ue, va peggio per l’Italia, visto che gli Ets colpiscono di più i Paesi privi di centrali nucleari, creando «distorsioni competitive».

Ecco quindi le proposte di Confindustria, partendo dalla richiesta di rivedere il tetto massimo complessivo alle quote di emissione sulla base delle tecnologie disponibili con verifiche biennali. Si passa poi alla necessità di cambiare la metodologia con cui sono stabiliti i benchmark usati per calcolare le quote gratuite di CO2 concesse alle aziende. Inoltre, la progressiva riduzione delle quote gratuite dovrebbe avvenire solo dopo aver verificato l’efficacia degli strumenti alternativi al carbon leakage, ovvero lo spostamento della produzione all’estero per sfuggire ai balzelli. Sempre sul tema estero, Confindustria chiede anche di rivedere il Cbam, la tassa sulle emissioni dei beni importati da Paesi extra Ue, in modo che il meccanismo diventi «veramente efficace e non distorsivo»: l’unico modo per battere la concorrenza straniera soprattutto cinese.
Bollette
C’è poi il tema bollette, con la richiesta di limitare il trasferimento dei costi della CO2 nei prezzi dell’energia elettrica. Fra i nodi, quello dei costi delle quote Ets, con la richiesta di trasformare la Market Stability Reserve (uno strumento introdotto per bilanciare l’offerta e la domanda di quote di emissione ed evitare forti fluttuazioni dei prezzi) in uno strumento di controllo dei prezzi del carbonio in caso siano divergenti rispetto alle quotazioni internazionali, abolendo la cancellazione automatica delle quote e istituendone l’intervento all’interno di un corridoio di prezzo. Viene poi chiesta la definizione di un Comitato per la gestione del sistema Ets e l’esclusione degli operatori puramente finanziari dal mercato, cavallo di battaglia di Orsini che anche recentemente ha sottolineato: «Facciamo in modo che la tassa sull’anidride carbonica ce la trasmettiamo tra noi imprenditori e la possiamo comprare solo tra noi imprese».
I termovalorizzatori
Per finire, sul piatto ci sono la necessità di sviluppare meccanismi di supporto alla decarbonizzazione dell’industria attraverso un fondo comune Ue non attraverso le risorse raccolte con gli Ets (che per un quarto restano a Bruxelles e per il resto vengono redistribuiti fra gli Stati); semplificare lo schema per i piccoli emettitori; bloccare l’Ets marittimo; e rimandare l’avvio dell’Ets 2 senza allargarlo per esempio ai termovalorizzatori.
La posta in gioco è altissima, visto che se la Commissione continuerà a non ascoltare le imprese molti settori finiranno in ginocchio: per l’alluminio, il costo degli Ets sulla materia prima arriverà a incidere per il 10% dell’Ebitda. Sul cemento per il 5% e sul 8% sul vetro, ma con punte dell’80% per i flaconi destinati a profumi e farmaci. La produzione di acciaio da altoforno finirà «fuori mercato», dice Confindustria.
Le chiusure
Gli effetti si fanno già sentire: come sottolineato dal Rapporto di previsione d’autunno del centro studi di Viale dell’Astronomia, «tra il 2005 e il 2025 le emissioni della manifattura italiana soggetta al meccanismo sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo hanno chiuso 386 impianti. Secondo il Csc, il 48% della riduzione delle emissioni è riconducibile alle chiusure».
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