Nel Paese che ha più fiere d’arte del mondo (ne basterebbero un paio, considerato il peso del collezionismo interno…) i riflettori si riaccendono sull’antico. A Milano dal 5 all’8 novembre si inaugura al Palazzo della Permanente un appuntamento seguitissimo dai collezionisti di Old masters: Amart, giunta alla ottava edizione e promossa dall’Associazione Antiquari Milanesi, porta in scena 60 gallerie e una raffinata selezione di dipinti, sculture, arredi, gioielli e tappeti.
Tra gli operatori circola un cauto ottimismo, malgrado la congiuntura certo non remi a favore di un mercato globale che, per l’arte antica, nel 2024 aveva raggiunto il livello di fatturato più basso degli ultimi 15 anni, salvo riprendersi in maniera significativa nel 2025 grazie a un’iniezione di opere di grande qualità e a un numero maggiore di aggiudicazioni all’asta sopra il milione di dollari. Ma trattasi di un bacino che risente della penuria di veri capolavori a cui si aggiunge, in Italia, la scarsità di collezionisti stranieri scoraggiati dai vincoli normativi sulle esportazioni.
«Il momento è difficile ma a maggior ragione dobbiamo puntare sulla massima qualità dell’offerta – dice a Moneta uno degli espositori – fiduciosi in un collezionismo colto che, diciamolo pure, per l’antico può oggi contare su un’offerta tra le più convenienti della sua storia…». È questo un dato sacrosanto, valido soprattutto per il collezionismo medio italiano che ha un momento forse irripetibile per comprare pezzi di elevata qualità.
Tra le opere che saranno esposte alla Permanente anticipiamo alcuni highlights come il dipinto Madonna con Bambino di Giovanni Battista Salvi detto Sassoferrato in vendita da Altomani per 180mila euro, un bassorilievo del Quattrocento di Antonio Rossellino (La Madonna delle candelabre) a 300mila euro, una scrivania di ebanisteria ferrarese del XVIII secolo in vendita da Piva per 250mila euro, un tappeto dell’Anatolia centrale di fine XVI (uno dei quattro esemplari esistenti al mondo con borditura fiorita) in vendita da Mirco Cattai a 100mila, e ancora una veduta seicentesca del Castello Sforzesco (scuola lombarda) da Carlo Orsi a 100mila euro.
Il presidente degli Antiquari Milanesi Michele Subert, che dirige la fiera con il contributo dei galleristi Lorenza Salamon, Mirco Cattai e Tomaso Piva, sottolinea la spinta che una fiera come Amart può dare alla ripresa del settore: «Quella milanese è una vera e propria mostra boutique fatta non di grandi stand ma opere di grande qualità. Anche per l’arredamento antico, che negli ultimi 20 anni ha subito una forte flessione, percepiamo una ripresa, non di grande mercato, ma per le opere con pedigree o con uno stato di conservazione ottimale».
I margini di crescita («pur in mercato fatto di più binari…») ci sarebbero eccome; un volano in più, giurano gli esperti, arriverebbe dall’introduzione sistematica anche nelle manifestazioni italiane delle moderne tecnologie diagnostiche di supporto alla commissione (vetting) che stabiliscono con certezza le attribuzioni delle opere in mostra. «Ci stiamo interessando anche noi all’argomento – dice Subert – e credo presto saremo in grado di offrire questo servizio».
Si tratta di un tema importante e di grande attualità, come spiega a Moneta l’espositore Andrea Ciaroni della galleria Altomani & Sons che da anni analizza i dipinti con la tecnologia Xrf, un lettore a raggi x già in uso da tempo in manifestazioni internazionali come Tefaf di Maastricht. «Non si tratta di sostituire gli esperti – dice Ciaroni – ma un materiale anacronistico, correttamente identificato e riferito alla pittura originale, può con assoluta certezza escludere una datazione attribuita a un’opera. Questo perché la fluorescenza a raggi X, consente di esaminare la composizione elementare dei materiali senza prelevare campioni».
Il risultato diventa particolarmente importante quando la discussione riguarda l’epoca di esecuzione poiché è possibile verificare se materiali e pigmenti siano compatibili con la datazione proposta. «Un esempio è quello dei bianchi – spiega Ciaroni – perché nella pittura rinascimentale si utilizzava la biacca, il bianco di piombo. Il bianco di titanio industriale appartiene invece alla pittura del Novecento: se si accerta che questo pigmento moderno è presente diffusamente nella stesura originaria di un dipinto, una datazione al Rinascimento diventa insostenibile». La scienza, insomma, è già pronta ad affiancarsi agli storici per evitare cantonate che nell’arte antica sono sempre in agguato.
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