L’industria italiana è al bivio, prigioniera di un cortocircuito. Da una parte c’è la stretta iper-regolatoria europea, che finisce per imbrigliare la crescita. Dall’altra c’è lo slancio dei settori produttivi più strategici, che avvertono invece la necessità di accelerare la marcia e di investire nello sviluppo per rimanere protagonisti sui mercati. Il nodo cruciale è emerso alla prima edizione del Forum Moneta di Roma, nel quale i vertici dei colossi produttivi e infrastrutturali del Paese hanno fatto fronte comune nell’evidenziare le priorità necessarie per crescere. L’Italia – hanno spiegato – ha la forza, i progetti e i capitali per competere, ma senza un abbattimento immediato del costo dell’energia e uno sblocco dei tempi burocratici, la transizione ecologica imposta come un diktat rischia di condannare il continente alla deindustrializzazione.
Rilancio
A parlare di un rilancio necessario e urgente sono stati alcuni top player come Marcegaglia Holding, leader mondiale e europeo nella trasformazione dell’acciaio, il gruppo Stellantis, Autostrade per l’Italia (Aspi) e Aeroporti di Roma (AdR). Tutti accomunati da volumi produttivi e finanziari che testimoniano la forza del nostro sistema e, al contempo, l’esigenza di un’adeguata sponda istituzionale europea. Proprio a Bruxelles si è appellata, non a caso, Emma Marcegaglia, presidente e ad di Marcegaglia Holding, intervistata dal direttore di Moneta e vicedirettore del Giornale, Fabrizio Massaro. L’imprenditrice ha puntato l’indice contro alcune scelte di politica industriale compiute dalle istituzioni comunitarie, denunciando il rischio di una deriva recessiva per la manifattura.
«Le precedenti Commissioni Ue, e in parte anche questa, hanno fatto un disastro. Se per ottenere la decarbonizzazione facciamo chiudere le imprese, abbiamo sbagliato tutto. Nel settore dell’acciaio c’è stato un calo del 20%, che vuol dire perdita di lavoro, di competitività e di investimenti», ha affermato Marcegaglia, ricordando come il governo italiano sia stato tra i pochi a chiedere una revisione di certe normative Ue rivelatesi controproducenti. «Una cosa da fare subito è agire sul costo dell’energia. Bisogna avere le rinnovabili, tornare al nucleare, avere il gas: serve un mix energetico», ha aggiunto l’ex presidente di Confindustria. Un richiamo forte, pronunciato a chiara voce dalla numero uno di un gruppo industriale da 7,5 miliardi di euro di fatturato, che ogni anno produce 6,5 milioni di tonnellate di prodotto finito (70% acciaio al carbonio, 27% acciai speciali, 3% produzioni diversificate). Marcegaglia conta 36 stabilimenti a livello globale, per un totale di 7.800 dipendenti, e in Italia ha il suo cuore produttivo tra Gazoldo degli Ippoliti, Ravenna, Udine e Forlì. Il gruppo, peraltro, ha di recente rilevato il sito di Fos-sur-Mer in Francia, dove realizzerà il più grande investimento della sua storia, trasformandosi in produttore.
La medesima vocazione alla crescita è comune anche al settore dell’automotive, che pure si trova a fare i conti con l’aspro divario tra gli obiettivi comunitari e la realtà del mercato, come evidenziato al Forum Moneta da Emanuele Cappellano, responsabile per l’Europa allargata e i marchi europei di Stellantis, intervenuto nel panel condotto dal vicedirettore del Giornale, Nicola Porro. Per l’Ue, ha spiegato il manager, l’industria dovrebbe viaggiare a un livello di elettrificazione al 21%, a fronte di un mercato reale fermo però al 12 per cento. E questo divario si traduce in sanzioni miliardarie che colpiscono i costruttori, con conseguenze deleterie per l’intera manifattura continentale.
Punti di forza
«Stellantis e l’industria automobilistica sono allineate: se da un lato la transizione verso l’elettrificazione è consolidata come principio, gli obiettivi e le tempistiche per realizzarla non sono così allineate con la realtà europea», ha dichiarato Cappellano. L’industria europea, ha aggiunto, ha punti di forza distintivi come i brand e l’impianto industriale. «Ma ci sono ambiti su cui è necessario che le istituzioni Ue creino le condizioni per competitività eque. Stellantis fa la propria parte con investimenti per 60 miliardi, di cui buona parte in Europa. Solo in Italia stiamo investendo 5 miliardi in ricerca e sviluppo». Per il gruppo guidato dall’ad Antonio Filosa questo impegno si concretizza nella rete dei 13 poli produttivi dislocati in tutta Italia, dove Stellantis detiene il 29,9% del mercato italiano, a fronte di una quota del 16,9% nell’Unione Europea (compresi i veicoli commerciali).
L’imperativo della crescita riguarda infine anche il settore delle grandi reti e delle infrastrutture, che investe consistenti capitali per modernizzare il Paese. Aspi, ad esempio, ha messo a terra nel solo biennio 2025-2026 investimenti pari a 3,3 miliardi focalizzati sulla manutenzione, l’ammodernamento e il potenziamento della rete. Di questo importo, oltre 0,7 miliardi sono stati spesi in attività di manutenzione e circa 2,6 miliardi in investimenti per l’ammodernamento e il potenziamento della rete in concessione.
«L’88% degli italiani utilizza l’autostrada, una persona su quattro lo fa ogni settimana. L’infrastruttura è profondamente integrata nella vita delle persone e nel funzionamento della nostra economia. Competere nel nuovo scenario globale significa poter contare su infrastrutture moderne, efficienti e, prima di tutto, sicure», ha argomentato Arrigo Giana, ad di Autostrade per l’Italia, intervistato al Forum Moneta da Hoara Borselli.
Sicurezza e innovazione
Sulla stessa lunghezza d’onda è il Gruppo FS, guidato dall’amministratore delegato e direttore generale Giampiero Strisciuglio, che ha reso l’infrastruttura ferroviaria un elemento centrale per la crescita e la competitività dell’Italia a livello internazionale. L’azienda ha programmato circa 12 miliardi di euro di investimenti per il solo 2026 tramite Rete Ferroviaria Italiana (RFI) e si appresta a presentare un piano industriale quinquennale da circa 100 miliardi.
Nove miliardi di euro di investimenti, il raddoppio dei passeggeri nei prossimi vent’anni e un potenziamento dei collegamenti ferroviari sono invece gli obiettivi messi a fuoco da Marco Troncone, ad di Aeroporti di Roma. «Il piano di sviluppo di Fiumicino prevede investimenti interamente autofinanziati e senza alcun onere per lo Stato», ha chiarito il top manager, evidenziando come il progetto si basi su un meccanismo nel quale l’incremento del traffico dovrebbe contribuire a sostenere economicamente gli interventi previsti. Secondo le prospettive illustrate dallo stesso Troncone, il traffico dell’aeroporto laziale potrebbe raggiungere almeno 100 milioni di passeggeri nell’arco dei prossimi vent’anni, raddoppiando così gli attuali volumi da record. Nel 2025 lo scalo ha infatti superato i 50 milioni di passeggeri, mentre per il 2026 sono attesi tra i 52 e i 53 milioni.
«È una scommessa sulla crescita e un’opportunità per il sistema industriale nazionale», ha scandito il top manager, sintetizzando un atteggiamento comune a tutti i protagonisti del Forum Moneta. Le risorse e la visione strategica ci sono, i capitali privati pure: serve ora un contesto europeo che consenta a questa energia di sprigionarsi, a vantaggio di tutto il sistema Paese.
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