Quasi dieci anni fa nessuno avrebbe scommesso che Poste Italiane sarebbe diventata proprietaria del gruppo Tim. Le due aziende formeranno un conglomerato attivo nei pacchi e nella logistica, nei servizi finanziari e nei pagamenti, nella telefonia, nel cloud, nella cybersecurity e nell’energia. Un gigante da quasi 27 miliardi di euro di ricavi e 150mila dipendenti. Il cantiere promette 700 milioni di sinergie annue a regime, tra risparmi e maggiori ricavi. Ma con un tale portafoglio di prodotti, e una trasformazione digitale in atto, il progetto può aprire nuove opportunità di business che si potranno scorgere nel piano atteso nel primo trimestre 2027.
L’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, intervistato al Forum Moneta dal vicedirettore de Il Giornale Nicola Porro, ha raccontato quello che ha trovato al suo arrivo, nel 2017: «C’erano 13mila uffici, il mondo che diventava digitale, eravamo i più fisici, la posta che crollava. Ho detto: dobbiamo muoverci, altrimenti ci schiantiamo». Il gruppo aveva già imboccato la diversificazione all’inizio del secolo, con la nascita di BancoPosta e Poste Vita, affiancate alla tradizione del risparmio postale. Del Fante decide di accelerare, seguendo due cambiamenti già evidenti: la crescita dell’e-commerce e il passaggio dal contante ai pagamenti elettronici.
«Abbiamo cercato di spingere il più possibile su quel percorso di diversificazione di prodotto», racconta. Nei pagamenti Poste trova un punto di forza nelle prepagate: strumenti capaci di rassicurare gli italiani sugli acquisti online e di aiutarli a controllare la spesa. Le risorse generate dalle attività finanziarie sostengono la trasformazione della logistica. Con una scelta: continuare a presidiare anche i piccoli Comuni dove l’ufficio è in perdita.
«Se vuoi digitalizzare i cittadini con i temi demografici del nostro Paese non puoi digitalizzare senza una presenza fisica», ha spiegato il top manager. Gli sportelli diventano così un punto di appoggio per accompagnare gli italiani nei nuovi servizi, a partire da Spid.
Anche dentro il gruppo la tecnologia ha cambiato i conti. Il costo di ogni interazione di servizio, afferma Del Fante, «l’abbiamo ridotto del 70% in questi anni grazie all’intelligenza artificiale». Il salto con Tim consiste nel portare verso il sistema produttivo le competenze maturate nel rapporto con gli italiani. Del Fante ricorda anche un aspetto curioso riguardante i pacchi, oggi uno dei punti di forza: nei primi sei mesi del 2026, la divisione Corrispondenza, Pacchi e Distribuzione ha prodotto ricavi per 2 miliardi di euro (+6,4%), trainata proprio da pacchi e logistica. «Noi a casa nostra perdevamo soldi. E dicevamo: no ragazzi, non è possibile, perché in tutti gli altri Paesi almeno a casa propria nei pacchi facevi soldi ed eri il primo, avendo un’infrastruttura». Poste, però, era solo sesta: «L’azienda, avendo una capacità di generare utili nel mondo finanziario, naturalmente l’attenzione si era un pochino spostata. Ora siamo diventati i numeri uno. Abbiamo fatto un percorso di crescita importantissimo nei pacchi, quindi nell’e-commerce».

La gestione Del Fante ha agganciato il trend degli acquisti online: era già un antipasto di rivoluzione digitale. Proprio da qui nasce l’idea di acquistare Tim, afflitta da un business della telefonia in difficoltà per un eccesso di competizione che ha abbattuto i margini. Un’azienda che, tuttavia, aveva nel suo perimetro molto altro. Il capo di Poste parte dal lavoro di Pietro Labriola, che ha ridotto il debito attraverso la cessione della rete e portato Tim «in una posizione molto più solida dal punto di vista finanziario». Poste ha visto un’opportunità. È come comprare una casa: «Intuisci il potenziale di quella casa, sai che tipo di ristrutturazione puoi fare in quella casa e riesci a vederla rimessa a posto sul mercato».
La ristrutturazione passa dalla tecnologia. Poste sostiene di avere sviluppato al proprio interno le capacità necessarie, ma per portarle alle aziende serve qualcuno che nelle imprese c’è già. Tim, appunto: «Prima era la linea telefonica, poi è diventato il fax, poi è diventato il cloud, poi è diventata la cyber security. Hai contratti con tutto il sistema produttivo». C’è da intercettare un bisogno di digitalizzazione del tessuto produttivo. «Siamo nel mezzo di una trasformazione digitale, tecnologica. E questa trasformazione ha bisogno di attori in un sistema economico. Cioè non avviene da sola», osserva Del Fante. Se nessuno occupa quello spazio, arriveranno altri soggetti, magari stranieri e con priorità diverse da quelle del Paese. «Se non hai le redini di quell’azienda lì, tu sistema economico sei in difficoltà».
Uno dei primi passi del nuovo corso potrebbe essere la vendita della partecipazione in Tim Brasil, eventualità che Del Fante non esclude. La controllata ha chiuso il primo semestre con circa 2,3 miliardi di euro di ricavi e quasi 300 milioni di utile netto. «Non è in svendita però non è nemmeno strategico nel disegno che vi ho appena descritto. Quindi lo useremo in maniera tattica nel corso dei prossimi mesi». Il percorso passerà per il controllo integrale dell’ex monopolista. «Adesso siamo arrivati all’87%», ricorda il manager. Il traguardo è completare l’operazione prima della fine del mandato: «Prima dell’aprile del 2029 dovremo arrivare al delisting e quindi avere il 100% di Tim». L’uscita dalla Borsa non cancellerà l’identità industriale della società. «Noi vogliamo che quell’azienda rimanga indipendente sotto il nostro controllo, però con una sua autonomia gestionale che le può permettere di essere sufficientemente agile in un settore molto complesso».
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